Nella gabbia di Ponte Galeria dove gli immigrati “scompaiono”

Posted by – July 8, 2010

Nel Cie alle porte di Roma l’identificazione è spesso impossibile

-di Lorenzo Di Pietro

Foto: Livia Parisi

Foto: © Livia Parisi“Sembra una grande simulazione di sicurezza”. È la prima impressione di Leoluca Orlando, con noi a visitare il Cie – Centro di Identificazione ed Espulsione – di Ponte Galeria. “Si è costruito un sistema che consente di tenere per 6 mesi delle persone dentro dei veri e propri carceri, con la scusa delle identificazioni, pur avendo riscontrato che se un immigrato non viene identificato nei primi 15 giorni, o nel primo mese, non verrà identificato nei restanti 5 mesi”. Una detenzione “lunga ed estenuante”, osserva, “in contrasto con diritti universalmente riconosciuti”. Gli ex Cpt ospitano gli immigrati non in regola al fine di procedere, appunto, all’identificazione e al successivo rimpatrio. Nella delegazione presente ieri in visita anche il deputato Fabio Evangelisti, il garante dei detenuti della Regione Lazio Angiolo Marroni, l’avvocato Gianpiero Vincenzo Ahmad, esperto di diritti umani e membro dell’assemblea generale della moschea di Roma, la giornalista Livia Parisi e la mediatrice culturale Carmela Menzella. A guidare la visita all’interno della struttura il vice prefetto, inviato dal ministero, un funzionario di polizia e il Direttore di Auxilium, la cooperativa che ha sottratto alla Croce Rossa l’appalto per la gestione delle mense, dell’infermeria, dell’assistenza psicologica e degli altri servizi.

Il centro che ospita oggi 90 uomini e 93 donne, Più o meno la metà della capienza massima del centro. Circa 42 euro al giorno, il costo per singolo “ospite”, ma sarebbe meglio dire detenuto, per un costo annuo pari a circa 3 milioni di euro. Senza calcolare come costo principale quello delle forze dell’ordine quotidianamente impiegate. Tante, a giudicare dal via-vai di camionette, pullman e mezzi. Soldi spesi bene? Secondo il vice prefetto, circa il 60% degli ospiti viene rimpatriato. “Una percentuale che potrebbe essere maggiore”, sostiene, “se ci fosse la collaborazione dei consolati e delle ambasciate”, che invece, pare, non collaborano ai riconoscimenti. La quasi totalità degli ospiti, precisano i funzionari, ha già avuto precedenti penali.
Tutto si presenta pulito e ordinato: la visita era stata ampiamente annunciata. Diversamente, è impossibile entrare per chi non è parlamentare. Si inizia con l’infermeria. Quattro signore straniere in camice e una detenuta cinese incinta cercano di comunicare usando un vocabolario. Non si capiscono. La donna dice di non conosce i caratteri latini. Nel breve frangente del nostro passaggio, la Menzella si offre: “io parlo cinese” e tenta di tradurre, ma la invitano a seguire la delegazione, “motivi di sicurezza”. La sezione maschile è un grande spazio separato da sbarre ovunque, che dividono piccoli spazi rettangolari: ciascuno è una cella. Gli ospiti capiscono che c’è qualcuno e vogliono parlare. Un ragazzo marocchino si rivolge a Orlando raccontando la sua storia. Ha una moglie e un figlio in Italia, dice, vorrebbe poter uscire per recuperare il suo stipendio e tornare al suo Paese. Lavorava in nero come panettiere.
Tra gli ospiti ce n’è uno molto speciale. Khalid Ibrahim Mahmoud. Che ha scontato 26 anni di carcere per essere stato a capo del “Abu Nidal”, il commando che nel 1985 apri il fuoco all’imbarco della compagnia aerea israeliana El Al, uccidendo 13 persone. Passò alla storia come “strage di Fiumicino”. In 26 anni di carcere non era stato identificato. Ora è al Cie. Ma se queste persone sono già state in carcere, dove hanno scontato una pena, come mai per l’identificazione vengono chiuse nuovamente in una struttura che è, a tutti gli effetti, carceraria? È quanto si chiede Evangelisti: “È l’ennesima furbata del governo Berlusconi, fare della propaganda sulla pelle di cittadini che hanno soltanto la colpa di non avere documenti irregolari. Qui si scopre però anche un’altra realtà – continua – queste strutture servono, più che per i clandestini, per gli ex detenuti” come afferma lo stesso vice prefetto.
Quando stiamo per andare si crea un assembramento: tutti vogliono parlare e raccontare la loro storia, ma restano dietro le sbarre, tra le quali infilano le braccia quasi a cercare di afferrarci. E ci chiamano. Ma si procede, seguendo i funzionari. La mensa sembra ben organizzata, i pasti sono confezionati. “Ogni 15 giorni un responsabile parla con i rappresentanti dei vari gruppi etnici per equilibrare la scelta dei cibi”, ci viene fatto sapere. La moschea invece, è una stanza con un po’ di tappeti stesi a terra. Usciamo mentre dall’altoparlante si sente intonare il richiamo alla preghiera delle 12.
La giornalista Livia Parisi ha scattato qualche fotografia, ma se ne sono accorti. Le intimano di cancellarle: deve farlo. Restano le immagini dei cancelli, fotografate all’uscita. E una giovane nigeriana, che esce dopo due mesi di detenzione, si guarda intorno per capire dov’è. E se ne va.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 07/07/2010

L’incontro con i migranti africani ad Agadez (Niger)

Posted by – June 10, 2010

Un breve trailer dell’incontro ad Agadez con i migranti

Veni, vidi, vici

Posted by – April 21, 2010

E’ trascorso del tempo dal mio ultimo post (che poi era anche il primo, o giù di lì). Il fatto è che trovo tempo da dedicare a questa grande piccola tela di Penelope, che è il mio sito web, solo quando sono costretto a letto per qualche malanno.

Insomma, chi è passato in questi mesi sul blog, avrà pensato che quel viaggio, in Niger, non ci sia più stato. Niente affatto, per fortuna.

Ho incontrato diversi problemi che hanno tardato la partenza di qualche settimana, principalmente dovuti a ritardi nella consegna dei visti.

Sono partito un mercoledì, il 6 di gennaio, con destinazione Niamey, la capitale del Niger. Lì, 24 ore più tardi, è iniziato un interminabile viaggio, 15 ore di pullman, parte delle quali affrontate su piste di sabbia e sassi; è stato impossibile non respirare polvere per ore, nonostante qualunque cosa che si potesse tentare di frapporre tra il proprio naso e il resto del Mondo.

Ad Agadez, la mia destinazione, ho scoperto un altro mondo. Impossibile racchiudere in meno di un libro ciò che ho trovato in quell’angolo di deserto. Resta un ricordo indelebile, di sguardi profondi e asciutti dei bambini, curiosi, attenti e dai gesti delicati.

Resterà la meraviglia dei luoghi dov’è cominciata la storia dell’uomo, dei fossili di dinosauri, del deserto e delle foreste preistoriche ridotte a distese di legno fossile, carbone a cielo aperto.

Resteranno le conversazioni con i guerriglieri touareg, le loro vicende, tra la fortuna dei capi e la sfortuna dei tanti uomini coinvolti con promesse mai onorate.

Resterà negli occhi più di tutto il dramma dei migranti, partiti da lontano a cercare la vita verso nord, com’è da sempre nella storia del Mondo. E’ duro doversi dire che pochi la troveranno. Le loro storie avventurose e drammatiche, le hanno segnate come l’inchiostro non sulla carta, ma sulla pelle, tatuaggi di sfruttamento e miseria.

Ciò è quanto cerco di raccontare, oggi, tra la fatica del quotidiano e, forse, questo blog, mi darà una mano.

Il deserto dei Tartari

Posted by – December 27, 2009

Una pila di libri comprati o presi in prestito, parlano del Niger, dei migranti, dell’Africa, dei touareg; un’altra pila e sono quelli già letti. In mezzo, perennemente acceso, con aperte mappe, il corso di francese, schemi, informazioni, contatti, foto e racconti di viaggio, è il mio computer, per me rassicurante e utile focolare. Così trascorrono i giorni, in quest’attesa indefinita del momento in cui il visto, come ascia a recidere l’ormeggio, finalmente arriverà. È il mio Deserto dei Tartari, materializzato in uno stato di sospensione che mi concede lo spazio e il tempo per documentarmi di più e meglio, su ciò che -spero presto- vivrò in presa diretta.

Auspico una svolta.

- tenente Drogo

…E il niger resta lontano (per ora)

Posted by – December 25, 2009

Eppure tutto sembrava essere pronto. Tutte le cose quasi indispensabili, quelle molto utili, quelle che è meglio portare, quelle che potrebbero servire e quelle che non si sa mai… si, proprio nulla avevo dimenticato di procurarmi, l’elenco dell’effimero era completo e tutto era stato acquistato, pronto lì sul mio tavolo, per finire in borsa. Mancava solo qualcosa, di fondamentale.

E così, senza il visto dell’ambasciata, niente Niger.

Già, perché stavo preparandomi al viaggio più incredibile, un viaggio proprio da Indiana Jones, che appena giunto all’aeroporto di Niamey -la capitale- avrei comprato anche frusta e cappello. Un viaggio preparato lungamente, per conoscere l’universo parallelo della povertà, della desertificazione, della disperazione e dell’esodo biblico. L’esodo di quelle folle disperati che dal nostro stesso meridiano, soltanto più vicino all’equatore dove il caldo è il primo nemico, cercano ogni via per raggiungere la loro salvezza più a nord, nei paesi del magreb (la cosiddetta “migrazione interna”), oppure in Europa.

Attratti dalla chimera di una vita migliore, dalla prospettiva di un lavoro “umile”, ma sufficiente a vivere e far vivere i propri cari lasciati nei luoghi d’origine.

Persone. Perseguitate, massacrate, maltrattate, sfruttate, dimenticate. Soltanto persone, di cui il mondo, nonostante le infinite possibilità di conoscere, non sa.

Ecco, volevo vedere con i miei occhi, perché poi altri vedessero, poiché dopo, forse, qualcuno in più potesse capire.

La partenza era prevista per il 23 dicembre, resto invece incastrato qui, in un natale che non mi appartiene, a contemplare la pioggia e decidere, finalmente, di inaugurare questo blog.

Su quel tavolo oltre all’effimero c’era certo, anche il necessario, due fotocamere professionali, una vecchia macchina a pellicola, una telecamera, registratori, batterie, unità di stoccaggio dati, minicomputer, ecc… Altro che Niger, sarei potuto andare sulla luna per qualche mese.

Sia chiaro, il viaggio è solamente rimandato, ‘ché i cretini rinunciano. Non i matti.

Posted from Rome, Lazio, Italy.