Nel Cie alle porte di Roma l’identificazione è spesso impossibile
-di Lorenzo Di Pietro
Foto: Livia Parisi
Il centro che ospita oggi 90 uomini e 93 donne, Più o meno la metà della capienza massima del centro. Circa 42 euro al giorno, il costo per singolo “ospite”, ma sarebbe meglio dire detenuto, per un costo annuo pari a circa 3 milioni di euro. Senza calcolare come costo principale quello delle forze dell’ordine quotidianamente impiegate. Tante, a giudicare dal via-vai di camionette, pullman e mezzi. Soldi spesi bene? Secondo il vice prefetto, circa il 60% degli ospiti viene rimpatriato. “Una percentuale che potrebbe essere maggiore”, sostiene, “se ci fosse la collaborazione dei consolati e delle ambasciate”, che invece, pare, non collaborano ai riconoscimenti. La quasi totalità degli ospiti, precisano i funzionari, ha già avuto precedenti penali.
Tutto si presenta pulito e ordinato: la visita era stata ampiamente annunciata. Diversamente, è impossibile entrare per chi non è parlamentare. Si inizia con l’infermeria. Quattro signore straniere in camice e una detenuta cinese incinta cercano di comunicare usando un vocabolario. Non si capiscono. La donna dice di non conosce i caratteri latini. Nel breve frangente del nostro passaggio, la Menzella si offre: “io parlo cinese” e tenta di tradurre, ma la invitano a seguire la delegazione, “motivi di sicurezza”. La sezione maschile è un grande spazio separato da sbarre ovunque, che dividono piccoli spazi rettangolari: ciascuno è una cella. Gli ospiti capiscono che c’è qualcuno e vogliono parlare. Un ragazzo marocchino si rivolge a Orlando raccontando la sua storia. Ha una moglie e un figlio in Italia, dice, vorrebbe poter uscire per recuperare il suo stipendio e tornare al suo Paese. Lavorava in nero come panettiere.
Tra gli ospiti ce n’è uno molto speciale. Khalid Ibrahim Mahmoud. Che ha scontato 26 anni di carcere per essere stato a capo del “Abu Nidal”, il commando che nel 1985 apri il fuoco all’imbarco della compagnia aerea israeliana El Al, uccidendo 13 persone. Passò alla storia come “strage di Fiumicino”. In 26 anni di carcere non era stato identificato. Ora è al Cie. Ma se queste persone sono già state in carcere, dove hanno scontato una pena, come mai per l’identificazione vengono chiuse nuovamente in una struttura che è, a tutti gli effetti, carceraria? È quanto si chiede Evangelisti: “È l’ennesima furbata del governo Berlusconi, fare della propaganda sulla pelle di cittadini che hanno soltanto la colpa di non avere documenti irregolari. Qui si scopre però anche un’altra realtà – continua – queste strutture servono, più che per i clandestini, per gli ex detenuti” come afferma lo stesso vice prefetto.
Quando stiamo per andare si crea un assembramento: tutti vogliono parlare e raccontare la loro storia, ma restano dietro le sbarre, tra le quali infilano le braccia quasi a cercare di afferrarci. E ci chiamano. Ma si procede, seguendo i funzionari. La mensa sembra ben organizzata, i pasti sono confezionati. “Ogni 15 giorni un responsabile parla con i rappresentanti dei vari gruppi etnici per equilibrare la scelta dei cibi”, ci viene fatto sapere. La moschea invece, è una stanza con un po’ di tappeti stesi a terra. Usciamo mentre dall’altoparlante si sente intonare il richiamo alla preghiera delle 12.
La giornalista Livia Parisi ha scattato qualche fotografia, ma se ne sono accorti. Le intimano di cancellarle: deve farlo. Restano le immagini dei cancelli, fotografate all’uscita. E una giovane nigeriana, che esce dopo due mesi di detenzione, si guarda intorno per capire dov’è. E se ne va.
Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 07/07/2010
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