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Penne sotto scorta

23 marzo 2012

Il presidente della Fnsi Roberto Natale

NEL MIRINO

Novantacinque nel 2011 e già dodici dall’inizio di quest’anno. Sono i giornalisti minacciati da mafia, politica e imprese. Svelano retroscena scomodi, lavorano per pochi euro e quasi sempre sono precari. Ma nessuno ne parla. Spampinato: «Molti preferiscono tacere per quieto vivere». - da Il Punto del 27 gennaio 2012

Il ministro Fornero li ha definiti una casta, ma loro, precari, minacciati e senza tutele, non ci stanno. Così i giornalisti collaboratori e freelance (che in Italia è sinonimo di precariato), si ritrovano sotto Montecitorio, per chiedere l’ approvazione di una legge per «l’equo compenso». Con loro era presente Giovanni Tizian, da poco assurto all’onore delle cronache per essere entrato nel mirino delle cosche. Aveva dato fastidio, pubblicando sulla Gazzetta di Modena notizie riguardanti la presenza delle mafie al nord. Tizian è un giovane cronista che scrive per pochi euro al pezzo, senza tutele né garanzie contrattuali, che poche settimane fa si è visto assegnare la scorta, quando da un’intercettazione tra due mafiosi, gli inquirenti hanno capito che la vita del giornalista era in pericolo. Il caso ha assunto un particolare rilievo perché Giovanni non lavora in un territorio tradizionalmente considerato terra di mafia, ma nella operosa e tranquilla Emilia Romagna, dove la gente tendenzialmente rifiutava l’idea che quel sistema economico fosse inquinato dalle organizzazioni criminali. Che invece sono lì proprio per investire proventi illeciti nell’economia legale. Sono molti i giornalisti che lavorano ogni nonostante le intimidazioni. Per la maggior parte si tratta di precari costretti a scrivere per pochi euro al pezzo. È il caso di Angela Corica, che a fine dicembre 2010, per 4 centesimi a rigo si occupò per Calabria Ora dello smaltimento dei rifiuti nella piana di Gioia Tauro. Il lavoro non passò inosservato alle cosche, che la omaggiarono con 5 pallottole sull’auto. La vicenda ispirò l’ebook «4×5», cioè «quattro centesimi per 5 pallottole», come spiega l’autrice Raffaella Cosentino, animatrice dell’omonimo gruppo Facebook e tra i promotori della manifestazione.

CIFRE DA SUD AMERICA

Il giornalista Giovanni Tizian

Il 2011 si è chiuso con 324 giornalisti minacciati o aggrediti, e già 19 nei primi 20 giorni del 2012. Le minacce e riguardano tutte le regioni, si salvano solo Friuli Venezia Giulia e Sardegna. A guidare la classifica la Lombardia, seguita da Campania, Lazio e Calabria, a riprova che il problema è nazionale. Sono i dati pubblicati da «Ossigeno», l’osservatorio che nasce nel 2008 su iniziativa del giornalista Ansa Alberto Spampinato, e che raccoglie i dati sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate. Spampinato al Punto spiega che le cifre reali sono certamente più alte: «Quelle che noi raccogliamo sono riferite a fatti denunciati e di pubblico dominio, ma sappiamo che molti giornalisti per quieto vivere preferiscono non denunciare». Probabilmente non è un caso che proprio Spampinato abbia dato vita all’iniziativa: suo fratello Giovanni, giornalista de l’Ora di Palermo, morì a 25 anni per mano di un killer. Aveva svelato i legami nel narcotraffico tra la mafia e ambienti della destra eversiva. Prima di morire fu lasciato solo dai colleghi e dall’opinione pubblica. Uno schema consolidato, quello secondo cui l’isolamento precede l’eliminazione fisica. Accadeva una volta e accade ancora oggi. Il tema evoca a molti il caso di Roberto Saviano, ma le storie sono tante, e spesso poco note. Come quella di Carlo Vulpio, il cronista del Corriere, che dalle pagine del suo blog fa sapere di essere intercettato nell’ambito di un’indagine, che lo vedeva coinvolto per un capo d’imputazione che sembra un film della Wertmuller: «Concorso morale esterno in associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione». Ma la bomba sarebbe, stando a quanto scrive Vulpio, che le intercettazioni continuarono dopo il 2009, nonostante per stessa ammissione del Pg, tutti gli atti compiuti dopo quell’anno fossero inutilizzabili ai fini processuali.

UN PAESE ANORMALE

Un giornalista intercettato per anni è cosa pressoché impossibile, in un Paese normale. Ma in Italia no. Del resto, siamo anche l’unico Paese occidentale, dove il giornalista rischia ancora oggi il carcere per il reato di diffamazione, una legge che, scrive la prestigiosa Ong Article19, «è incompatibile con gli ideali democratici». È quanto emerge da una lettera scritta dall’organizzazione con sede a Londra all’ indirizzo dei presidenti di Camera e Senato. Ma la legge è ancora lì. La diffamazione è il tipico strumento di ricatto in mano a politici e imprenditori. Ne sa qualcosa Ruggiero Capone, esperto del malaffare del mattone. Nemici ne aveva collezionati molti, tra cui non mancavano Acquedotto Pugliese, i consorzi di bonifica, l’ente Irrigazione e le banche. E non mancavano le querele per diffamazione, a scopo intimidatorio, che ogni tanto gli sono costate il posto. Diaconale, Feltri, Tedeschi e Angelo Nitti sarebbero stati, a suo dire, «gli unici impermeabili alle intimidazioni». Ma fu quando Ruggiero toccò gli interessi dei grandi immobiliaristi, che la sua vita cambiò. Per il suo scoop “affittopoli” (appartamenti degli enti previdenziali ceduti ai politici a prezzi di favore), fu sommerso di querele. «Soltanto D’Alema ritirò la querela» è tutto quanto si riesce a sapere dalla viva voce di Capone, che non dice altro. Ma una fonte, che chiede l’anonimato, racconta di telefonate al Giornale, dove Capone lavorava all’epoca, che a nome degli immobiliaristi romani diceva: «Siamo disposti a ritirare le querele, a patto che chi ha scritto l’inchiesta smetta di fare il giornalista». Quello della querela è uno strumento sofisticato ed efficace per far tacere i giornali scomodi. La legge prevede che, il querelante, abbia facoltà di chiedere una cifra arbiraria quale risarcimento danni, e il querelato è obbligato ad accantonare il 10% di quella somma fino alla sentenza. Un giornale che riceve più di qualche querela – solitamente da centinaia di migliaia di euro – è costretto a indebitarsi e, se non è molto grande, fallisce.

INCHIOSTRO ROSSO SANGUE

Quando poi non si può mettere a tacere un giornale, lo si compra. Santo Della Volpe, giornalista Rai e direttore della rivista antimafia Narcomafie, ce lo spiega con un caso concreto: «Stanno per vendere Latina Oggi, giornale impegnato sul fronte mafie nel basso Lazio, con gravi problemi economici. C’è il serio rischio che venga comprato da chi può avere interesse a limitarne l’impegno». Così accadde anche nella Sicilia degli anni ‘70, dove un gruppo di imprenditori in odore di collusione con il clan mafioso Santapaola, comprò il Giornale del Sud per poi chiuderlo, allo scopo di tappare la bocca al suo direttore Pippo Fava, che anticipò di molti anni la comprensione delle dinamiche economiche del fenomeno mafioso. Troppo moderno, troppo capace e coraggioso per vivere e continuare a scrivere. Chiuso il Giornale del Sud, fondò e diresse I Siciliani, per proseguire nel suo impegno civile. Il 5 gennaio del 1984 fu messo a tacere per sempre. Troppi sono i giornalisti che hanno dato la vita per la verità, poi spesso dimenticati. Dopo anni di oblio, nel settembre 2007 Giovanni Spampinato è stato finalmente insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del premio Saint Vincent per il giornalismo alla memoria. Un premio che, in un Paese normale, non esiste.

Hal Far, la discarica dei disperati

14 dicembre 2011

Ripropongo un reportage pubblicato venerdì 2 dicembre sul 7° numero del settimanale Il Punto. L’articolo è riformattato per il blog e, grazie le possibilità offerte dal web, ho aggiunto qualche foto extra.

 

La scritta all'ingresso del campo

Usciti dal caos delle città maltesi, bisogna percorrere alcuni chilometri e superare l’aeroporto, dove lontano dalla vibrante vita dell’affollata isola e dei suoi turisti, in una delle zone più amene di Malta sorge il campo profughi di Hal Far. Una tendopoli in mezzo al nulla, che accoglie oggigiorno circa mille persone. Sono quasi tremila i migranti ospitati dalla piccola isola del Mediterraneo, distribuiti in diverse strutture, ma con le sue 45 tende e i numerosi container, Hal Far è certamente la più importante. «Ogni settimana arrivano circa 40 persone -ci racconta Mohammed, un ospite del campo-, così cercano di cacciare quelli che sono qui da più tempo, per far spazio ai nuovi». Lui da tre settimane non ha più un posto dove dormire, ora lo ospita un amico. Non c’è spazio per tutti, così gli uomini lasciano il posto a donne e bambini, e quando non sanno dove andare, dormono anche a terra fuori dalle tende, o in strada. Qui vivono, o per meglio dire sopravvivono coloro che sono in attesa di ottenere lo status di rifugiato. Dicono che il governo maltese paghi 700 euro chi segnali eventuali presenze di giornalisti. Ma è una delle tante leggende metropolitane che affollano questi luoghi, come quella secondo la quale si sarebbero registrati casi di meningite e di malaria. È vero invece che le istituzioni del posto non gradiscono i giornalisti in questo luogo. Perciò il Punto si è introdotto furtivamente e le immagini sono tratte da riprese di fortuna fatte con la telecamera.

L'interno di una tenda

IN FUGA DALLA GUERRA

«In questa tenda abitano 4 famiglie, ed è terribilmente caldo. Questo è il nostro problema: fuggiamo da una guerra, veniamo qui per cercare la pace, e guarda come viviamo», dice un ragazzo che alloggia con la moglie in una tenda. Viene dalla Somalia, come la gran parte dei profughi, solo una parte minoritaria proviene dall’Eritrea, ancora meno coloro che non provengono dal Corno d’Africa, perché di solito vengono subito rimpatriati. «Mia moglie è incinta -continua l’uomo- vorremmo un posto migliore, più igienico. Ho chiesto al responsabile, mi ha risposto: “no, devi stare in questa tenda”. Come possiamo vivere così col nostro bambino?». Molte tende sono danneggiate, alcune hanno vistosi strappi sulla copertura e anche se non è più piena estate, il caldo è insopportabile. Di contro, la notte fa molto freddo e d’inverno ci piove dentro e, dicono, si gela. Dove vorresti vivere? «Se Malta mi desse la possibilità di una vita decente, potrei anche lavorare e vivere qui. Ma in queste condizioni non è possibile». La gran parte è fuggita dalla Libia, come una signora, con in mano le foto dei figli, due dei quali gemelli. È somala, viveva in Libia col marito, dove lavoravano. Con lo scoppio della guerra è partita per l’Europa. È a Malta da 2 mesi: «il governo non mi permette di lavorare, perché devo togliere il velo per la foto di riconoscimento, ma io sono musulmana e non voglio toglierlo!». Ogni immigrato percepisce un sussidio di 130 euro, ma lei non li ha presi. I bambini sono rimasti in Somalia, con la nonna. Non li ha portati perché il viaggio è considerato troppo pericoloso. Né i container, né tantomeno le tende sono provvisti di acqua potabile. «Bisogna andarla a prendere con le taniche nell’unico punto dove sgorga» ci spiega Alì, un altro ospite del campo. Per prendere l’acqua bisogna andare ai bagni pubblici. Una struttura con le latrine di una caserma, 20 toilette per oltre 900 persone, e molte non sono funzionanti.

Le bruciature sui piedi di una bimba

2000 MIGRANTI MORTI

Alì parla un ottimo italiano ed è un vero gentiluomo. È ingegnere, anche lui viene da Mogadiscio, dove insegnava fisica nel liceo italiano. Allo scoppio della guerra -che dura da oltre 20 anni, con grandi responsabilità dell’Italia- si sposta nello Yemen. Poi decide di tentare l’Europa, e attraversa il Sahara. Si imbarca con la moglie per attraversare il Mediterraneo: motore in avaria durante la notte, e salvataggio per opera dalla Marina maltese. Ci chiede di non mostrare la sua faccia: «io sono laureato, in Somalia insegnavo, non voglio che vedano come sono finito». Secondo il blog Fortress Europe, più di 2000 migranti sono morti fino ad oggi nel 2011, oltre 17.000 dal 1988. Ma il numero reale è più alto, poiché questi dati sono desunti dai bollettini degli articoli di giornale, tengono quindi conto soltanto delle tragedie di cui si è avuta notizia. Poco distante c’è un altro campo che ospita circa 800 persone. È un ex aeroporto militare, il cui hangar è stato adibito a tendopoli. Fuori ci sono i container, dove vivono gli uomini single. E se nelle tende si vive in 16, nei container si arriva fino a 30 persone. Senza finestre e con una sola porta, i container sono quanto di più vicino alle catacombe, con letti a castello a tre livelli. Chi dorme in cima non ha lo spazio per sollevare la testa. Qui dentro si dorme, si cucina su fornelli elettrici poggiati a terra, si mangia e si prega, in un’aria irrespirabile. E mostrando un buco nella parete, raccontano che da lì sia anche sbucato un topo.

GLI AIUTI STRANIERI

Un migrante che vive nel container

Nell’hangar invece ci sono 40 tende spedite dalla Croce Rossa Svizzera. Qui ogni famiglia ha una tenda unifamiliare, ma dentro l’hangar, lamenta una signora, non c’è ricambio di aria. I bagni, anche per loro, sono fuori. Per i bambini non c’è nessun tipo di istruzione. L’unico aiuto viene dall’ambasciata americana, che organizza con i suoi insegnanti corsi di lingua inglese gratuiti, due giorni a settimana. «Le persone che arrivano qui hanno visto morire i propri compagni in mare -dice Alì-, hanno visto morire persone nel deserto durante il viaggio, e sono felici di essere qui, perché in Somalia si muore per la guerra da 20 anni. Chi è nato dopo il 1990 non è mai andato a scuola, nella sua vita ha visto soltanto guerra. Queste persone sono segnate per sempre, nei loro occhi c’è solo violenza, terrore, lotta per la sopravvivenza». E il terrore si legge anche negli occhi di una bimba di tre anni. Anche lei e i suoi genitori sono somali. Erano andati a vivere in Libia, dove lavoravano e conducevano una vita normale. Poi anche lì è arrivata la guerra. Mostrano sul corpo della loro piccola gli effetti delle schegge dovute allo scoppio di una bomba: ferite e bruciature estese sulle gambe e le braccia. La bimba è terrorizzata. Alla vista di quella scena, un’altra famiglia si avvicina con i bambini, anche loro mostrano le bruciature sui piedi e sulle gambe dei loro piccoli. E mentre i bimbi piangono, giunge il tramonto sul cielo di Hal Far. Dalla moschea, quattro muri in pietra secca, intona la preghiera della sera. Cessa ogni cosa, tacciono le storie, i dolori da celare o da mostrare. Non tace la guerra e non tace il coraggio, interpretato magistralmente dai grandi viaggiatori dell’epopea moderna, ora chini al richiamo del muezzin.

 

Il campo di Hal Far visto dall'alto

Un solo bus per il campo, che passa raramente

L'interno di un container-dormitorio

Le bruciature sul corpo della bimba, terrorizzata

Un uomo malato senza alloggio.

La tendopoli nell'hangar senza finestre

Miraggio Europa a Torino

21 ottobre 2011

Uno bel servizio del Tg3 Piemonte (per Natale dovrò mandare un cesto al collega che l’ha realizzato), andato in onda in occasione del vernissage di Miraggio Europa, il 19 ottobre presso il Museo della Resistenza di Torino.

Pare che il Museo sia in difficoltà economiche. Tra gli ospiti non sono mancate le presenze istituzionali, tra cui quella dell’assessore al Bilancio della Provincia di Torino Antonio Marco D’Acri, il quale ha rassicurato rispetto alla volontà della Provincia (tra gli enti che hanno patrocinato la mostra) e la sua personale di assicurare i fondi per il proseguimento delle attività. Ho buoni motivi per essere certo che manterrà la parola.

Oltre alla Provincia di Torino, a patrocinare la mostra c’erano: Alto Commissariato ONU per i Rifugiati – Ufficio per l’Italia, Città di Torino, Provincia di Roma, Società Geografica Italiana, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell’Uomo, Associazione Italiana del Consiglio delle Regioni e dei Comuni d’Europa (Aiccre), Fondazione Culturale Responsabilità Etica.

Per chiunque volesse visitarla, la mostra sarà esposta fino al 30 dicembre.

Un sentito ringraziamento a Cristina Di Battista, Cisse Souleymane, Riccardo Petrocca e l’organizzazione Bambini nel Deserto, Massimo Alberizzi, Francesca e Carla Mancini, al 10B Photography. Al direttore Guido Vaglio, a Francesca Toso e Paola Congia per il prezioso supporto.

Al Museo Diffuso della Resistenza di Torino

17 ottobre 2011

Vi aspetto tutti, il 19 ottobre, in Corso Valdocco 4/A, a Torino.

Lì, al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, si inaugurerà la mostra Miraggio Europa, che rimarrà esposta fino al 27 novembre, per concludersi in concomitanza con la chiusura del ciclo di iniziative nel programma di Turin-Earth, Città e nuove migrazioni, progetto realizzato nell’ambito delle celebrazioni per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia.

Vale la pena venire non solo per le foto, o per il buffet -se siete giornalisti-, ma perché oltre me interverranno:

Mimmo Càndito, giornalista de “La Stampa”
Costanza Prada, direttore Centro Piemontese di Studi Africani
Alberto Salza, antropologo

Una precisazione: il buffet è aperto a tutti, ovviamente, ma dato che ci sono giornalisti professionisti (del buffet) che seguono le conferenze stampa principalmente per risparmiare un pasto, voi partite con l’idea di andare a sentire un grande collega come Mimmo Càndito, per Costanza Prada e Alberto Salza, ciascuno di questi nomi da solo basta a giustificare un salto al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, per un paio d’ore di grande dibattito. E poi, ci sono le mie foto. Che altro volete, che vi laviamo pure la macchina?

La mostra giunge a Torino dopo un giro che l’ha portata in diverse città, tra cui il Parlamento Europeo di Strasburgo, il 21 settembre 2010, per poi toccare altre tappe, tra cui Firenze, alla Fortezza da Basso, e Malta.

Alcuni di questi eventi sono stati raccontati su questo sito, altri saranno riassunti prossimamente, al termine di questo primo ciclo di iniziative, che coincide con la fine del 2011.

L’ultima iniziativa di questo mio personale ciclo, è in programma dal 2 al 4 novembre, quando la mostra e l’intero lavoro di indagine verranno presentati a Barcellona.

La mostra di Torino invece sarà patrocinata da:

Alto Commissariato ONU per i Rifugiati – Ufficio per l’Italia

Società Geografica Italiana

Provincia di Roma

Provincia di Torino

Comune di Torino

Consiglio Italiano per i Rifugiati

Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell’Uomo

Associazione Italiana del Consiglio delle Regioni e dei Comuni d’Europa (Aiccre)

Fondazione Culturale Responsabilità Etica

Sul sito del Museo, qualora non l’abbiate notato prima ;-) trovate il richiamo all’evento http://www.museodiffusotorino.it/focus_evento.aspx?id=822

Qui tutte le informazioni per non poter dire che “non sapevate esattamente come arrivare” o che vi siete persi per Torino: http://www.museodiffusotorino.it/pagina.aspx?id=23

Torinosette

Se non vi basta, c’è la locandina

E qui un articolo pubblicato sull’inserto della Stampa, TorinoSette

 

 

 

 

Non rimane che aspettarvi.