NEL MIRINO
Novantacinque nel 2011 e già dodici dall’inizio di quest’anno. Sono i giornalisti minacciati da mafia, politica e imprese. Svelano retroscena scomodi, lavorano per pochi euro e quasi sempre sono precari. Ma nessuno ne parla. Spampinato: «Molti preferiscono tacere per quieto vivere». - da Il Punto del 27 gennaio 2012
Il ministro Fornero li ha definiti una casta, ma loro, precari, minacciati e senza tutele, non ci stanno. Così i giornalisti collaboratori e freelance (che in Italia è sinonimo di precariato), si ritrovano sotto Montecitorio, per chiedere l’ approvazione di una legge per «l’equo compenso». Con loro era presente Giovanni Tizian, da poco assurto all’onore delle cronache per essere entrato nel mirino delle cosche. Aveva dato fastidio, pubblicando sulla Gazzetta di Modena notizie riguardanti la presenza delle mafie al nord. Tizian è un giovane cronista che scrive per pochi euro al pezzo, senza tutele né garanzie contrattuali, che poche settimane fa si è visto assegnare la scorta, quando da un’intercettazione tra due mafiosi, gli inquirenti hanno capito che la vita del giornalista era in pericolo. Il caso ha assunto un particolare rilievo perché Giovanni non lavora in un territorio tradizionalmente considerato terra di mafia, ma nella operosa e tranquilla Emilia Romagna, dove la gente tendenzialmente rifiutava l’idea che quel sistema economico fosse inquinato dalle organizzazioni criminali. Che invece sono lì proprio per investire proventi illeciti nell’economia legale. Sono molti i giornalisti che lavorano ogni nonostante le intimidazioni. Per la maggior parte si tratta di precari costretti a scrivere per pochi euro al pezzo. È il caso di Angela Corica, che a fine dicembre 2010, per 4 centesimi a rigo si occupò per Calabria Ora dello smaltimento dei rifiuti nella piana di Gioia Tauro. Il lavoro non passò inosservato alle cosche, che la omaggiarono con 5 pallottole sull’auto. La vicenda ispirò l’ebook «4×5», cioè «quattro centesimi per 5 pallottole», come spiega l’autrice Raffaella Cosentino, animatrice dell’omonimo gruppo Facebook e tra i promotori della manifestazione.
CIFRE DA SUD AMERICA
Il 2011 si è chiuso con 324 giornalisti minacciati o aggrediti, e già 19 nei primi 20 giorni del 2012. Le minacce e riguardano tutte le regioni, si salvano solo Friuli Venezia Giulia e Sardegna. A guidare la classifica la Lombardia, seguita da Campania, Lazio e Calabria, a riprova che il problema è nazionale. Sono i dati pubblicati da «Ossigeno», l’osservatorio che nasce nel 2008 su iniziativa del giornalista Ansa Alberto Spampinato, e che raccoglie i dati sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate. Spampinato al Punto spiega che le cifre reali sono certamente più alte: «Quelle che noi raccogliamo sono riferite a fatti denunciati e di pubblico dominio, ma sappiamo che molti giornalisti per quieto vivere preferiscono non denunciare». Probabilmente non è un caso che proprio Spampinato abbia dato vita all’iniziativa: suo fratello Giovanni, giornalista de l’Ora di Palermo, morì a 25 anni per mano di un killer. Aveva svelato i legami nel narcotraffico tra la mafia e ambienti della destra eversiva. Prima di morire fu lasciato solo dai colleghi e dall’opinione pubblica. Uno schema consolidato, quello secondo cui l’isolamento precede l’eliminazione fisica. Accadeva una volta e accade ancora oggi. Il tema evoca a molti il caso di Roberto Saviano, ma le storie sono tante, e spesso poco note. Come quella di Carlo Vulpio, il cronista del Corriere, che dalle pagine del suo blog fa sapere di essere intercettato nell’ambito di un’indagine, che lo vedeva coinvolto per un capo d’imputazione che sembra un film della Wertmuller: «Concorso morale esterno in associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione». Ma la bomba sarebbe, stando a quanto scrive Vulpio, che le intercettazioni continuarono dopo il 2009, nonostante per stessa ammissione del Pg, tutti gli atti compiuti dopo quell’anno fossero inutilizzabili ai fini processuali.
UN PAESE ANORMALE
Un giornalista intercettato per anni è cosa pressoché impossibile, in un Paese normale. Ma in Italia no. Del resto, siamo anche l’unico Paese occidentale, dove il giornalista rischia ancora oggi il carcere per il reato di diffamazione, una legge che, scrive la prestigiosa Ong Article19, «è incompatibile con gli ideali democratici». È quanto emerge da una lettera scritta dall’organizzazione con sede a Londra all’ indirizzo dei presidenti di Camera e Senato. Ma la legge è ancora lì. La diffamazione è il tipico strumento di ricatto in mano a politici e imprenditori. Ne sa qualcosa Ruggiero Capone, esperto del malaffare del mattone. Nemici ne aveva collezionati molti, tra cui non mancavano Acquedotto Pugliese, i consorzi di bonifica, l’ente Irrigazione e le banche. E non mancavano le querele per diffamazione, a scopo intimidatorio, che ogni tanto gli sono costate il posto. Diaconale, Feltri, Tedeschi e Angelo Nitti sarebbero stati, a suo dire, «gli unici impermeabili alle intimidazioni». Ma fu quando Ruggiero toccò gli interessi dei grandi immobiliaristi, che la sua vita cambiò. Per il suo scoop “affittopoli” (appartamenti degli enti previdenziali ceduti ai politici a prezzi di favore), fu sommerso di querele. «Soltanto D’Alema ritirò la querela» è tutto quanto si riesce a sapere dalla viva voce di Capone, che non dice altro. Ma una fonte, che chiede l’anonimato, racconta di telefonate al Giornale, dove Capone lavorava all’epoca, che a nome degli immobiliaristi romani diceva: «Siamo disposti a ritirare le querele, a patto che chi ha scritto l’inchiesta smetta di fare il giornalista». Quello della querela è uno strumento sofisticato ed efficace per far tacere i giornali scomodi. La legge prevede che, il querelante, abbia facoltà di chiedere una cifra arbiraria quale risarcimento danni, e il querelato è obbligato ad accantonare il 10% di quella somma fino alla sentenza. Un giornale che riceve più di qualche querela – solitamente da centinaia di migliaia di euro – è costretto a indebitarsi e, se non è molto grande, fallisce.
INCHIOSTRO ROSSO SANGUE
Quando poi non si può mettere a tacere un giornale, lo si compra. Santo Della Volpe, giornalista Rai e direttore della rivista antimafia Narcomafie, ce lo spiega con un caso concreto: «Stanno per vendere Latina Oggi, giornale impegnato sul fronte mafie nel basso Lazio, con gravi problemi economici. C’è il serio rischio che venga comprato da chi può avere interesse a limitarne l’impegno». Così accadde anche nella Sicilia degli anni ‘70, dove un gruppo di imprenditori in odore di collusione con il clan mafioso Santapaola, comprò il Giornale del Sud per poi chiuderlo, allo scopo di tappare la bocca al suo direttore Pippo Fava, che anticipò di molti anni la comprensione delle dinamiche economiche del fenomeno mafioso. Troppo moderno, troppo capace e coraggioso per vivere e continuare a scrivere. Chiuso il Giornale del Sud, fondò e diresse I Siciliani, per proseguire nel suo impegno civile. Il 5 gennaio del 1984 fu messo a tacere per sempre. Troppi sono i giornalisti che hanno dato la vita per la verità, poi spesso dimenticati. Dopo anni di oblio, nel settembre 2007 Giovanni Spampinato è stato finalmente insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del premio Saint Vincent per il giornalismo alla memoria. Un premio che, in un Paese normale, non esiste.





























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