Non mi hanno rapito gli alieni, «ho solo avuto un po’ da fare». Non entro nei dettagli, ci tornerò un pezzo per volta, riprendendo le pagine di questo blog.
Comincio oggi, con il seminario svolto il 18 giugno scorso al MIPP, il Malta Institute of Professional Photography, con sede a Birkirkara, centro nevralgico dell’isola nel cuore del Mediterraneo. Un seminario che trae spunto dal viaggio dei migranti a cui avrei partecipato volentieri non poteva che tenersi lì, in quella che da sempre è la porta tra Europa e mondo arabo, tra islam e cristianesimo, tra oriente e occidente: l’isola di Malta. Scriverne era inevitabile, sebbene sia passato del tempo, anche perché tutto ha avuto inizio proprio dalle pagine di questo blog, dove il presidente del MIPP, Kevin Casha, mi aveva scritto commentando una foto. Così, in occasione del 15esimo anniversario, il MIPP organizza un seminario sul fotoreportage in aree di crisi, e volentieri accetto l’invito. Oltre che allo scopo di condividere la mia esperienza con una platea molto interessata, anche per cogliere l’opportunità di uno scambio di conoscenze, certo che avrei potuto conoscere persone appassionate e preparate.
L’occasione è stata ghiotta anche per vedere i centri profughi presenti sull’isola, come quello di Hal Far, in un luogo ameno adiacente l’aeroporto (come sempre sono i aiti individuati per questo tipo di destinazione). L’altro invece non posso linkarlo, perché nell’ultima foto aerea di Google Maps non era ancora stato costruito. Sorge in un’area militare, le famiglie alloggiano in hangar senza finestre, ma ai single va anche peggio, sistemati in 16 o più dentro un container, con letti a castello su tre livelli: il più sfortunato, al terzo piano, non ha spazio sufficiente per sollevare la testa. Insomma un’occasione anche per capire da vicino come Malta stava vivendo la supposta emergenza migratoria di quelle settimane. A parte la situazione emergenziale dei campi allestiti in tutta fretta, credo che da questa piccola isola, con i suoi problemi e tutte le tensioni dovute al sovraffollamento congenito, e nonostante la gestione dei flussi giudicata insufficiente da alcuni operatori umanitari, abbia da insegnare all’Italia in termini di gestione e accoglienza dei migranti. Bisogna considerare che Malta è diventata il luogo dove ogni paese europeo può scaricare, per via della Convenzione di Dublino, i profughi di cui decide di liberarsi. E nonostante tutto, non si sentivano le urla di dolore e le patetiche lagne dei nostri governanti, quando arrivavano i barconi sulle loro coste.
Il MIPP invece è uno di quei posti che «ce ne dovrebbero stare di più». Un luogo dove incontrarsi per parlare e, soprattutto, fare fotografia, scambiandosi competenze e conoscenze. Ero andato per raccontare delle cose, ma sia dal punto di vista umano che professionale, alla fine andarci è stato utile a me. Il presidente, sulle cui capacità professionali non mi soffermo per l’ovvietà di ciò che potrei dire su chi presiede l’Istituto, è quello che poi ho scoperto essere il maltese-tipo: un concentrato di humor inglese e sarcasmo mediterraneo (mi veniva da dire “siciliano”. Ecco, l’ho detto). Gli altri amici (credo ormai di poterli chiamare così) non sono dissimili, un clima e un modo di parlare dei problemi profondamente disincantato e sarcastico, tipicamente mediterraneo. Sembrerebbe di essere con degli inglesi simpatici, se non fossero maltesi. Malta e il MIPP sono anche luogo di contaminazioni culturali, non mancavano infatti le presenze di “immigrati” continentali, da Polonia, Russia (bellissime immigrate…) e altri paesi, che trovano spazio nella piccola accogliente isola mediterranea, nonché nell’Istituto dei fotografi professionisti. Non mancavano neanche gli italiani, come quelli conosciuti alla prima del documentario sull’immigrazione presentato a La Valletta.
Vorrei ringraziare delle persone, e forse non è una cosa da blog, ma non posso non dire grazie a Kevin chi mi ha invitato, a Johann che mi ha ospitato, a chi mi ha aiutato a infilarmi nel campo profughi di Hal Far e a quanti mi hanno dedicato il loro tempo per farmi scoprire le bellezze dell’isola.
Grazie anche a Charles Mifsud, appassionato giornalista e fotografo. Voleva intervistarmi per il Sunday Times of Malta. Quella che doveva essere un’intervista è però diventata un’appassionata e lunga conversazione tra due giornalisti curiosi. Charles è uno di quei colleghi che entra nella storia in punta di piedi, senza voyeurismo, eppura scavando a fondo senza tralasciare dettagli che possono svelare filoni interessanti, chiedendo e ascoltando con la pazienza di uno psicoanalista. E ha un gran gusto per la fotografia, è stato un piacere ricevere le sue email e guardare il reportage sull’Aspromonte. Charles è uno di quei professionisti che ti fanno venire voglia di scoprire e conoscere. A seguire c’è l’intervista (qui in pdf), mentre questo è un video realizzato dagli amici del Mipp che ho pescato su Youtube.








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