Dal momento che molti amici lo hanno perso e mi hanno chiesto di poterlo leggere, ripropongo un reportage pubblicato venerdì 2 dicembre sul 7° numero del settimanale Il Punto, dove ora lavoro. L’articolo è riformattato per il blog e, viste le possibilità offerte dalla rete, con in calce qualche foto extra.
Usciti dal caos delle città maltesi, bisogna percorrere alcuni chilometri e superare l’aeroporto, dove lontano dalla vibrante vita dell’affollata isola e dei suoi turisti, in una delle zone più amene di Malta sorge il campo profughi di Hal Far. Una tendopoli in mezzo al nulla, che accoglie oggigiorno circa mille persone. Sono quasi tremila i migranti ospitati dalla piccola isola del Mediterraneo, distribuiti in diverse strutture, ma con le sue 45 tende e i numerosi container, Hal Far è certamente la più importante. «Ogni settimana arrivano circa 40 persone -ci racconta Mohammed, un ospite del campo-, così cercano di cacciare quelli che sono qui da più tempo, per far spazio ai nuovi». Lui da tre settimane non ha più un posto dove dormire, ora lo ospita un amico. Non c’è spazio per tutti, così gli uomini lasciano il posto a donne e bambini, e quando non sanno dove andare, dormono anche a terra fuori dalle tende, o in strada. Qui vivono, o per meglio dire sopravvivono coloro che sono in attesa di ottenere lo status di rifugiato. Dicono che il governo maltese paghi 700 euro chi segnali eventuali presenze di giornalisti. Ma è una delle tante leggende metropolitane che affollano questi luoghi, come quella secondo la quale si sarebbero registrati casi di meningite e di malaria. È vero invece che le istituzioni del posto non gradiscono i giornalisti in questo luogo. Perciò il Punto si è introdotto furtivamente e le immagini sono tratte da riprese di fortuna fatte con la telecamera.
IN FUGA DALLA GUERRA
«In questa tenda abitano 4 famiglie, ed è terribilmente caldo. Questo è il nostro problema: fuggiamo da una guerra, veniamo qui per cercare la pace, e guarda come viviamo», dice un ragazzo che alloggia con la moglie in una tenda. Viene dalla Somalia, come la gran parte dei profughi, solo una parte minoritaria proviene dall’Eritrea, ancora meno coloro che non provengono dal Corno d’Africa, perché di solito vengono subito rimpatriati. «Mia moglie è incinta -continua l’uomo- vorremmo un posto migliore, più igienico. Ho chiesto al responsabile, mi ha risposto: “no, devi stare in questa tenda”. Come possiamo vivere così col nostro bambino?». Molte tende sono danneggiate, alcune hanno vistosi strappi sulla copertura e anche se non è più piena estate, il caldo è insopportabile. Di contro, la notte fa molto freddo e d’inverno ci piove dentro e, dicono, si gela. Dove vorresti vivere? «Se Malta mi desse la possibilità di una vita decente, potrei anche lavorare e vivere qui. Ma in queste condizioni non è possibile». La gran parte è fuggita dalla Libia, come una signora, con in mano le foto dei figli, due dei quali gemelli. È somala, viveva in Libia col marito, dove lavoravano. Con lo scoppio della guerra è partita per l’Europa. È a Malta da 2 mesi: «il governo non mi permette di lavorare, perché devo togliere il velo per la foto di riconoscimento, ma io sono musulmana e non voglio toglierlo!». Ogni immigrato percepisce un sussidio di 130 euro, ma lei non li ha presi. I bambini sono rimasti in Somalia, con la nonna. Non li ha portati perché il viaggio è considerato troppo pericoloso. Né i container, né tantomeno le tende sono provvisti di acqua potabile. «Bisogna andarla a prendere con le taniche nell’unico punto dove sgorga» ci spiega Alì, un altro ospite del campo. Per prendere l’acqua bisogna andare ai bagni pubblici. Una struttura con le latrine di una caserma, 20 toilette per oltre 900 persone, e molte non sono funzionanti.
2000 MIGRANTI MORTI
Alì parla un ottimo italiano ed è un vero gentiluomo. È ingegnere, anche lui viene da Mogadiscio, dove insegnava fisica nel liceo italiano. Allo scoppio della guerra -che dura da oltre 20 anni, con grandi responsabilità dell’Italia- si sposta nello Yemen. Poi decide di tentare l’Europa, e attraversa il Sahara. Si imbarca con la moglie per attraversare il Mediterraneo: motore in avaria durante la notte, e salvataggio per opera dalla Marina maltese. Ci chiede di non mostrare la sua faccia: «io sono laureato, in Somalia insegnavo, non voglio che vedano come sono finito». Secondo il blog Fortress Europe, più di 2000 migranti sono morti fino ad oggi nel 2011, oltre 17.000 dal 1988. Ma il numero reale è più alto, poiché questi dati sono desunti dai bollettini degli articoli di giornale, tengono quindi conto soltanto delle tragedie di cui si è avuta notizia. Poco distante c’è un altro campo che ospita circa 800 persone. È un ex aeroporto militare, il cui hangar è stato adibito a tendopoli. Fuori ci sono i container, dove vivono gli uomini single. E se nelle tende si vive in 16, nei container si arriva fino a 30 persone. Senza finestre e con una sola porta, i container sono quanto di più vicino alle catacombe, con letti a castello a tre livelli. Chi dorme in cima non ha lo spazio per sollevare la testa. Qui dentro si dorme, si cucina su fornelli elettrici poggiati a terra, si mangia e si prega, in un’aria irrespirabile. E mostrando un buco nella parete, raccontano che da lì sia anche sbucato un topo.
GLI AIUTI STRANIERI
Nell’hangar invece ci sono 40 tende spedite dalla Croce Rossa Svizzera. Qui ogni famiglia ha una tenda unifamiliare, ma dentro l’hangar, lamenta una signora, non c’è ricambio di aria. I bagni, anche per loro, sono fuori. Per i bambini non c’è nessun tipo di istruzione. L’unico aiuto viene dall’ambasciata americana, che organizza con i suoi insegnanti corsi di lingua inglese gratuiti, due giorni a settimana. «Le persone che arrivano qui hanno visto morire i propri compagni in mare -dice Alì-, hanno visto morire persone nel deserto durante il viaggio, e sono felici di essere qui, perché in Somalia si muore per la guerra da 20 anni. Chi è nato dopo il 1990 non è mai andato a scuola, nella sua vita ha visto soltanto guerra. Queste persone sono segnate per sempre, nei loro occhi c’è solo violenza, terrore, lotta per la sopravvivenza». E il terrore si legge anche negli occhi di una bimba di tre anni. Anche lei e i suoi genitori sono somali. Erano andati a vivere in Libia, dove lavoravano e conducevano una vita normale. Poi anche lì è arrivata la guerra. Mostrano sul corpo della loro piccola gli effetti delle schegge dovute allo scoppio di una bomba: ferite e bruciature estese sulle gambe e le braccia. La bimba è terrorizzata. Alla vista di quella scena, un’altra famiglia si avvicina con i bambini, anche loro mostrano le bruciature sui piedi e sulle gambe dei loro piccoli. E mentre i bimbi piangono, giunge il tramonto sul cielo di Hal Far. Dalla moschea, quattro muri in pietra secca, intona la preghiera della sera. Cessa ogni cosa, tacciono le storie, i dolori da celare o da mostrare. Non tace la guerra e non tace il coraggio, interpretato magistralmente dai grandi viaggiatori dell’epopea moderna, ora chini al richiamo del muezzin.





























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