Categoria: Immigrazione

Hal Far, la discarica dei disperati

14 dicembre 2011

Dal momento che molti amici lo hanno perso e mi hanno chiesto di poterlo leggere, ripropongo un reportage pubblicato venerdì 2 dicembre sul 7° numero del settimanale Il Punto, dove ora lavoro. L’articolo è riformattato per il blog e, viste le possibilità offerte dalla rete, con in calce qualche foto extra.

 

La scritta all'ingresso del campo

Usciti dal caos delle città maltesi, bisogna percorrere alcuni chilometri e superare l’aeroporto, dove lontano dalla vibrante vita dell’affollata isola e dei suoi turisti, in una delle zone più amene di Malta sorge il campo profughi di Hal Far. Una tendopoli in mezzo al nulla, che accoglie oggigiorno circa mille persone. Sono quasi tremila i migranti ospitati dalla piccola isola del Mediterraneo, distribuiti in diverse strutture, ma con le sue 45 tende e i numerosi container, Hal Far è certamente la più importante. «Ogni settimana arrivano circa 40 persone -ci racconta Mohammed, un ospite del campo-, così cercano di cacciare quelli che sono qui da più tempo, per far spazio ai nuovi». Lui da tre settimane non ha più un posto dove dormire, ora lo ospita un amico. Non c’è spazio per tutti, così gli uomini lasciano il posto a donne e bambini, e quando non sanno dove andare, dormono anche a terra fuori dalle tende, o in strada. Qui vivono, o per meglio dire sopravvivono coloro che sono in attesa di ottenere lo status di rifugiato. Dicono che il governo maltese paghi 700 euro chi segnali eventuali presenze di giornalisti. Ma è una delle tante leggende metropolitane che affollano questi luoghi, come quella secondo la quale si sarebbero registrati casi di meningite e di malaria. È vero invece che le istituzioni del posto non gradiscono i giornalisti in questo luogo. Perciò il Punto si è introdotto furtivamente e le immagini sono tratte da riprese di fortuna fatte con la telecamera.

L'interno di una tenda

IN FUGA DALLA GUERRA

«In questa tenda abitano 4 famiglie, ed è terribilmente caldo. Questo è il nostro problema: fuggiamo da una guerra, veniamo qui per cercare la pace, e guarda come viviamo», dice un ragazzo che alloggia con la moglie in una tenda. Viene dalla Somalia, come la gran parte dei profughi, solo una parte minoritaria proviene dall’Eritrea, ancora meno coloro che non provengono dal Corno d’Africa, perché di solito vengono subito rimpatriati. «Mia moglie è incinta -continua l’uomo- vorremmo un posto migliore, più igienico. Ho chiesto al responsabile, mi ha risposto: “no, devi stare in questa tenda”. Come possiamo vivere così col nostro bambino?». Molte tende sono danneggiate, alcune hanno vistosi strappi sulla copertura e anche se non è più piena estate, il caldo è insopportabile. Di contro, la notte fa molto freddo e d’inverno ci piove dentro e, dicono, si gela. Dove vorresti vivere? «Se Malta mi desse la possibilità di una vita decente, potrei anche lavorare e vivere qui. Ma in queste condizioni non è possibile». La gran parte è fuggita dalla Libia, come una signora, con in mano le foto dei figli, due dei quali gemelli. È somala, viveva in Libia col marito, dove lavoravano. Con lo scoppio della guerra è partita per l’Europa. È a Malta da 2 mesi: «il governo non mi permette di lavorare, perché devo togliere il velo per la foto di riconoscimento, ma io sono musulmana e non voglio toglierlo!». Ogni immigrato percepisce un sussidio di 130 euro, ma lei non li ha presi. I bambini sono rimasti in Somalia, con la nonna. Non li ha portati perché il viaggio è considerato troppo pericoloso. Né i container, né tantomeno le tende sono provvisti di acqua potabile. «Bisogna andarla a prendere con le taniche nell’unico punto dove sgorga» ci spiega Alì, un altro ospite del campo. Per prendere l’acqua bisogna andare ai bagni pubblici. Una struttura con le latrine di una caserma, 20 toilette per oltre 900 persone, e molte non sono funzionanti.

Le bruciature sui piedi di una bimba

2000 MIGRANTI MORTI

Alì parla un ottimo italiano ed è un vero gentiluomo. È ingegnere, anche lui viene da Mogadiscio, dove insegnava fisica nel liceo italiano. Allo scoppio della guerra -che dura da oltre 20 anni, con grandi responsabilità dell’Italia- si sposta nello Yemen. Poi decide di tentare l’Europa, e attraversa il Sahara. Si imbarca con la moglie per attraversare il Mediterraneo: motore in avaria durante la notte, e salvataggio per opera dalla Marina maltese. Ci chiede di non mostrare la sua faccia: «io sono laureato, in Somalia insegnavo, non voglio che vedano come sono finito». Secondo il blog Fortress Europe, più di 2000 migranti sono morti fino ad oggi nel 2011, oltre 17.000 dal 1988. Ma il numero reale è più alto, poiché questi dati sono desunti dai bollettini degli articoli di giornale, tengono quindi conto soltanto delle tragedie di cui si è avuta notizia. Poco distante c’è un altro campo che ospita circa 800 persone. È un ex aeroporto militare, il cui hangar è stato adibito a tendopoli. Fuori ci sono i container, dove vivono gli uomini single. E se nelle tende si vive in 16, nei container si arriva fino a 30 persone. Senza finestre e con una sola porta, i container sono quanto di più vicino alle catacombe, con letti a castello a tre livelli. Chi dorme in cima non ha lo spazio per sollevare la testa. Qui dentro si dorme, si cucina su fornelli elettrici poggiati a terra, si mangia e si prega, in un’aria irrespirabile. E mostrando un buco nella parete, raccontano che da lì sia anche sbucato un topo.

GLI AIUTI STRANIERI

Un migrante che vive nel container

Nell’hangar invece ci sono 40 tende spedite dalla Croce Rossa Svizzera. Qui ogni famiglia ha una tenda unifamiliare, ma dentro l’hangar, lamenta una signora, non c’è ricambio di aria. I bagni, anche per loro, sono fuori. Per i bambini non c’è nessun tipo di istruzione. L’unico aiuto viene dall’ambasciata americana, che organizza con i suoi insegnanti corsi di lingua inglese gratuiti, due giorni a settimana. «Le persone che arrivano qui hanno visto morire i propri compagni in mare -dice Alì-, hanno visto morire persone nel deserto durante il viaggio, e sono felici di essere qui, perché in Somalia si muore per la guerra da 20 anni. Chi è nato dopo il 1990 non è mai andato a scuola, nella sua vita ha visto soltanto guerra. Queste persone sono segnate per sempre, nei loro occhi c’è solo violenza, terrore, lotta per la sopravvivenza». E il terrore si legge anche negli occhi di una bimba di tre anni. Anche lei e i suoi genitori sono somali. Erano andati a vivere in Libia, dove lavoravano e conducevano una vita normale. Poi anche lì è arrivata la guerra. Mostrano sul corpo della loro piccola gli effetti delle schegge dovute allo scoppio di una bomba: ferite e bruciature estese sulle gambe e le braccia. La bimba è terrorizzata. Alla vista di quella scena, un’altra famiglia si avvicina con i bambini, anche loro mostrano le bruciature sui piedi e sulle gambe dei loro piccoli. E mentre i bimbi piangono, giunge il tramonto sul cielo di Hal Far. Dalla moschea, quattro muri in pietra secca, intona la preghiera della sera. Cessa ogni cosa, tacciono le storie, i dolori da celare o da mostrare. Non tace la guerra e non tace il coraggio, interpretato magistralmente dai grandi viaggiatori dell’epopea moderna, ora chini al richiamo del muezzin.

 

Il campo di Hal Far visto dall'alto

Un solo bus per il campo, che passa raramente

L'interno di un container-dormitorio

Le bruciature sul corpo della bimba, terrorizzata

Un uomo malato senza alloggio.

La tendopoli nell'hangar senza finestre

Miraggio Europa a Torino

21 ottobre 2011

Uno bel servizio del Tg3 Piemonte (per Natale dovrò mandare un cesto al collega che l’ha realizzato), andato in onda in occasione del vernissage di Miraggio Europa, il 19 ottobre presso il Museo della Resistenza di Torino.

Pare che il Museo sia in difficoltà economiche. Tra gli ospiti non sono mancate le presenze istituzionali, tra cui quella dell’assessore al Bilancio della Provincia di Torino Antonio Marco D’Acri, il quale ha rassicurato rispetto alla volontà della Provincia (tra gli enti che hanno patrocinato la mostra) e la sua personale di assicurare i fondi per il proseguimento delle attività. Ho buoni motivi per essere certo che manterrà la parola.

Oltre alla Provincia di Torino, a patrocinare la mostra c’erano: Alto Commissariato ONU per i Rifugiati – Ufficio per l’Italia, Città di Torino, Provincia di Roma, Società Geografica Italiana, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell’Uomo, Associazione Italiana del Consiglio delle Regioni e dei Comuni d’Europa (Aiccre), Fondazione Culturale Responsabilità Etica.

Per chiunque volesse visitarla, la mostra sarà esposta fino al 30 dicembre.

Un sentito ringraziamento a Cristina Di Battista, Cisse Souleymane, Riccardo Petrocca e l’organizzazione Bambini nel Deserto, Massimo Alberizzi, Francesca e Carla Mancini, al 10B Photography. Al direttore Guido Vaglio, a Francesca Toso e Paola Congia per il prezioso supporto.

Intervista a Geo & Geo su Rai Tre

28 settembre 2011

Il tema era quello tristemente ricorrente degli sbarchi, perché, soprattutto in Italia, per parlare del temporale bisogna aspettare che arrivi il diluvio.

La questione non riguarda, in particolare, dal mio punto di vista, gli operatori dell’informazione, i quali non possono che adeguarsi al mood dell’opinione pubblica. Un giornale che vuol stare sul mercato, deve scrivere ciò che interessa al lettore, e personalmente trovo che sia giusto così (anche se qualche collega tra quelli che reclamano aiuti di stato, avrebbe da obiettare).

Ecco allora che si può parlare di immigrazione quando c’è un potenziale ricettivo adeguato, oggi molto alto per via del terrorismo psicologico perpetrato negli ultimi anni ai danni dei cittadini, quindi del Paese, da torme di politici della domenica e giornalisti del sabato sera. Qui sì, l’informazione ha colpe gravi, connesse al legame troppo stretto tra il potere politico e la sopravvivenza stessa dell’attuale assetto editoriale nazionale.

Poi ci sono momenti come questo, quando con tutto lo sforzo semplificativo imposto dal linguaggio e dai ritmi del mezzo televisivo, si prova a venire a capo di argomenti come l’attraversamento del Sahara, gli sbarchi e la supposta emergenza profughi, provando a dare un senso a immagini di difficile decodifica, per lo spettatore medio di un servizio dei tg nazionali. Personalmente non concordo chi parla di emergenza, i numeri -che hanno sempre ragione- dicono che l’emergenza non c’è. Basterebbe evidenziare (avendone modo…) che in Italia giungono illegalmente ogni anno oltre 200 mila immigrati, che permangono poi in un stato di clandestinità. Spiegherò a breve il significato di questa frase, prima va invece detto che quelli provenienti dal mare sono circa tra il 10% e 13%, dunque fermare gli sbarchi non vuol dire affatto fermare l’immigrazione. Sì, è vero, quest’anno gli sbarchi sono aumentati per effetto della rottura degli argini nel Nord Africa, la primavera araba, la capitolazione del regime libico che in combutta con quello italiano costituiva una limitazione ai flussi. Ma se dalle 20-30 mila persone degli anni precedenti siamo passati a 50-60 mila, ciò non costituisce che una piccola parte del totale, che né l’Italia né gli altri paesi possono illudersi di fermare. Non innalzando muri.

Perché il grosso arriva nella maniera più elementare, cioè con un normale biglietto aereo e un visto di uno o tre mesi, periodo al termine del quale il “turista” decide di non prendere il volo di ritorno verso il proprio paese, rimanendo di fatto clandestinamente sul suolo italiano. Perché mai un migrante africano, un cinese o di qualunque altra nazionalità, dovrebbe rischiare la pelle e spendere migliaia di dollari per un viaggio dall’esito incerto, se può arrivare in aereo spendendo sicuramente meno? Ecco, la frase “permangono in uno stato di clandestinità”, vuol dire dunque che all’arrivo in Italia non sono affatto clandestini, entrano con un regolare permesso, ragione per cui nessuno può impedirne l’ingresso. E ragione per la quale nessuno fermerà l’immigrazione. Chiediamoci dunque chi sono quelli che arrivano in quei modi disperati, chiediamoci da dove vengono e in molti casi con quanto anticipo hanno “programmato” il viaggio. Chiediamolo, per esempio, a chi fugge dalla Somalia, dal Darfur o da un campo profughi del Kenia.

I tempi non sono certo dalla nostra parte, né quelli storici, né tantomeno quelli in cui si è costretti a comprimere immagini, ragioni, analisi mai adeguatamente risolte. La puntata in questione ha poi subìto una tempistica non fortunata, dovuta al fatto di essere stata registrata alcuni giorni prima dell’incendio del centro di accoglienza di Lampedusa, per essere trasmessa il 23 settembre, dopo il tragico episodio che ha riportato alle cronache la piccola isola del Mediterraneo. Di conseguenza non si stupisca chi noterà che in trasmissione non si è affrontato l’argomento e le sue conseguenze, purtroppo è anche questo uno dei limiti di quei tempi della tv di cui parlavo.

Noi, però, parliamone.

The Malta Experience e il MIPP

25 agosto 2011

Non mi hanno rapito gli alieni, «ho solo avuto un po’ da fare». Non entro nei dettagli, ci tornerò un pezzo per volta, riprendendo le pagine di questo blog.

Malta

Comincio oggi, con il seminario svolto il 18 giugno scorso al MIPP, il Malta Institute of Professional Photography, con sede a Birkirkara, centro nevralgico dell’isola nel cuore del Mediterraneo. Un seminario che trae spunto dal viaggio dei migranti a cui avrei partecipato volentieri non poteva che tenersi lì, in quella che da sempre è la porta tra Europa e mondo arabo, tra islam e cristianesimo, tra oriente e occidente: l’isola di Malta. Scriverne era inevitabile, sebbene sia passato del tempo, anche perché tutto ha avuto inizio proprio dalle pagine di questo blog, dove il presidente del MIPP, Kevin Casha, mi aveva scritto commentando una foto. Così, in occasione del 15esimo anniversario, il MIPP organizza un seminario sul fotoreportage in aree di crisi, e volentieri accetto l’invito. Oltre che allo scopo di condividere la mia esperienza con una platea molto interessata, anche per cogliere l’opportunità di uno scambio di conoscenze, certo che avrei potuto conoscere persone appassionate e preparate.

Il Seminario

L’occasione è stata ghiotta anche per vedere i centri profughi presenti sull’isola, come quello di Hal Far, in un luogo ameno adiacente l’aeroporto (come sempre sono i aiti individuati per questo tipo di destinazione). L’altro invece non posso linkarlo, perché nell’ultima foto aerea di Google Maps non era ancora stato costruito. Sorge in un’area militare, le famiglie alloggiano in hangar senza finestre, ma ai single va anche peggio, sistemati in 16 o più dentro un container, con letti a castello su tre livelli: il più sfortunato, al terzo piano, non ha spazio sufficiente per sollevare la testa. Insomma un’occasione anche per capire da vicino come Malta stava vivendo la supposta emergenza migratoria di quelle settimane. A parte la situazione emergenziale dei campi allestiti in tutta fretta, credo che da questa piccola isola, con i suoi problemi e tutte le tensioni dovute al sovraffollamento congenito, e nonostante la gestione dei flussi giudicata insufficiente da alcuni operatori umanitari, abbia da insegnare all’Italia in termini di gestione e accoglienza dei migranti. Bisogna considerare che Malta è diventata il luogo dove ogni paese europeo può scaricare, per via della Convenzione di Dublino, i profughi di cui decide di liberarsi. E nonostante tutto, non si sentivano le urla di dolore e le patetiche lagne dei nostri governanti, quando arrivavano i barconi sulle loro coste.

Il seminario - dettaglio

Il MIPP invece è uno di quei posti che «ce ne dovrebbero stare di più». Un luogo dove incontrarsi per parlare e, soprattutto, fare fotografia, scambiandosi competenze e conoscenze. Ero andato per raccontare delle cose, ma sia dal punto di vista umano che professionale, alla fine andarci è stato utile a me. Il presidente, sulle cui capacità professionali non mi soffermo per l’ovvietà di ciò che potrei dire su chi presiede l’Istituto, è quello che poi ho scoperto essere il maltese-tipo: un concentrato di humor inglese e sarcasmo mediterraneo (mi veniva da dire “siciliano”. Ecco, l’ho detto). Gli altri amici (credo ormai di poterli chiamare così) non sono dissimili, un clima e un modo di parlare dei problemi profondamente disincantato e sarcastico, tipicamente mediterraneo. Sembrerebbe di essere con degli inglesi simpatici, se non fossero maltesi. Malta e il MIPP sono anche luogo di contaminazioni culturali, non mancavano infatti le presenze di “immigrati” continentali, da Polonia, Russia (bellissime immigrate…) e altri paesi, che trovano spazio nella piccola accogliente isola mediterranea, nonché nell’Istituto dei fotografi professionisti. Non mancavano neanche gli italiani, come quelli conosciuti alla prima del documentario sull’immigrazione presentato a La Valletta.

Vorrei ringraziare delle persone, e forse non è una cosa da blog, ma non posso non dire grazie a Kevin chi mi ha invitato, a Johann che mi ha ospitato, a chi mi ha aiutato a infilarmi nel campo profughi di Hal Far e a quanti mi hanno dedicato il loro tempo per farmi scoprire le bellezze dell’isola.

Grazie anche a Charles Mifsud, appassionato giornalista e fotografo. Voleva intervistarmi per il Sunday Times of Malta. Quella che doveva essere un’intervista è però diventata un’appassionata e lunga conversazione tra due giornalisti curiosi. Charles è uno di quei colleghi che entra nella storia in punta di piedi, senza voyeurismo, eppura scavando a fondo senza tralasciare dettagli che possono svelare filoni interessanti, chiedendo e ascoltando con la pazienza di uno psicoanalista. E ha un gran gusto per la fotografia, è stato un piacere ricevere le sue email e guardare il reportage sull’Aspromonte. Charles è uno di quei professionisti che ti fanno venire voglia di scoprire e conoscere. A seguire c’è l’intervista (qui in pdf), mentre questo è un video realizzato dagli amici del Mipp che ho pescato su Youtube.

L'intervista

Intervista Alle Falde del Kilimangiaro

11 aprile 2011

La parola che ricorre di più in questo blog è “finalmente”, è quella che uso ogni qualvolta mi accade di pubblicare qualcosa con estremo ritardo. Il che accade abbastanza spesso.
Così, “finalmente”, sono riucito a recuperare e a mettere online l’intervista fatta il 27 febbraio scorso su Rai Tre, alle Falde del Kilimangiaro.
Agli amici che avevano perso la puntata e me ne avevano chiesta la copia, avevo promesso che l’avrei messa su Youtube, ma avere il filmato è stato un romanzo a puntate. Il video pubblicato infatti è stato recuperato dalle teche Rai, come si può intuire dalla squallida scritta anni ’70 in sovrimpressione. A caval donato, però, non si guarda in bocca.
Chi aveva chiesto il video l’avrà ormai dimenticato (giustamente), ma se qualcuno lo ricordasse ancora, allora eccolo. Tuttosommato ascoltarlo non farebbe neanche male.
Da questo video ci si può indirizzare alla prima parte del servizio, quello con l’intervista a Win (non è il suo vero nome), un amico nigeriano che ha accettato di raccontare il televisione la sua allucinante storia. Non vi anticipo nulla, ma vi invito ad ascoltare le due interviste per farvi un’idea di cosa accade nel Sahara, a chi tenta di raggiungere l’Italia.