Categoria: Mostra fotografica MIRAGGIO EUROPA

Miraggio Europa a Torino

21 ottobre 2011

Uno bel servizio del Tg3 Piemonte (per Natale dovrò mandare un cesto al collega che l’ha realizzato), andato in onda in occasione del vernissage di Miraggio Europa, il 19 ottobre presso il Museo della Resistenza di Torino.

Pare che il Museo sia in difficoltà economiche. Tra gli ospiti non sono mancate le presenze istituzionali, tra cui quella dell’assessore al Bilancio della Provincia di Torino Antonio Marco D’Acri, il quale ha rassicurato rispetto alla volontà della Provincia (tra gli enti che hanno patrocinato la mostra) e la sua personale di assicurare i fondi per il proseguimento delle attività. Ho buoni motivi per essere certo che manterrà la parola.

Oltre alla Provincia di Torino, a patrocinare la mostra c’erano: Alto Commissariato ONU per i Rifugiati – Ufficio per l’Italia, Città di Torino, Provincia di Roma, Società Geografica Italiana, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell’Uomo, Associazione Italiana del Consiglio delle Regioni e dei Comuni d’Europa (Aiccre), Fondazione Culturale Responsabilità Etica.

Per chiunque volesse visitarla, la mostra sarà esposta fino al 30 dicembre.

Un sentito ringraziamento a Cristina Di Battista, Cisse Souleymane, Riccardo Petrocca e l’organizzazione Bambini nel Deserto, Massimo Alberizzi, Francesca e Carla Mancini, al 10B Photography. Al direttore Guido Vaglio, a Francesca Toso e Paola Congia per il prezioso supporto.

Intervista a Geo & Geo su Rai Tre

28 settembre 2011

Il tema era quello tristemente ricorrente degli sbarchi, perché, soprattutto in Italia, per parlare del temporale bisogna aspettare che arrivi il diluvio.

La questione non riguarda, in particolare, dal mio punto di vista, gli operatori dell’informazione, i quali non possono che adeguarsi al mood dell’opinione pubblica. Un giornale che vuol stare sul mercato, deve scrivere ciò che interessa al lettore, e personalmente trovo che sia giusto così (anche se qualche collega tra quelli che reclamano aiuti di stato, avrebbe da obiettare).

Ecco allora che si può parlare di immigrazione quando c’è un potenziale ricettivo adeguato, oggi molto alto per via del terrorismo psicologico perpetrato negli ultimi anni ai danni dei cittadini, quindi del Paese, da torme di politici della domenica e giornalisti del sabato sera. Qui sì, l’informazione ha colpe gravi, connesse al legame troppo stretto tra il potere politico e la sopravvivenza stessa dell’attuale assetto editoriale nazionale.

Poi ci sono momenti come questo, quando con tutto lo sforzo semplificativo imposto dal linguaggio e dai ritmi del mezzo televisivo, si prova a venire a capo di argomenti come l’attraversamento del Sahara, gli sbarchi e la supposta emergenza profughi, provando a dare un senso a immagini di difficile decodifica, per lo spettatore medio di un servizio dei tg nazionali. Personalmente non concordo chi parla di emergenza, i numeri -che hanno sempre ragione- dicono che l’emergenza non c’è. Basterebbe evidenziare (avendone modo…) che in Italia giungono illegalmente ogni anno oltre 200 mila immigrati, che permangono poi in un stato di clandestinità. Spiegherò a breve il significato di questa frase, prima va invece detto che quelli provenienti dal mare sono circa tra il 10% e 13%, dunque fermare gli sbarchi non vuol dire affatto fermare l’immigrazione. Sì, è vero, quest’anno gli sbarchi sono aumentati per effetto della rottura degli argini nel Nord Africa, la primavera araba, la capitolazione del regime libico che in combutta con quello italiano costituiva una limitazione ai flussi. Ma se dalle 20-30 mila persone degli anni precedenti siamo passati a 50-60 mila, ciò non costituisce che una piccola parte del totale, che né l’Italia né gli altri paesi possono illudersi di fermare. Non innalzando muri.

Perché il grosso arriva nella maniera più elementare, cioè con un normale biglietto aereo e un visto di uno o tre mesi, periodo al termine del quale il “turista” decide di non prendere il volo di ritorno verso il proprio paese, rimanendo di fatto clandestinamente sul suolo italiano. Perché mai un migrante africano, un cinese o di qualunque altra nazionalità, dovrebbe rischiare la pelle e spendere migliaia di dollari per un viaggio dall’esito incerto, se può arrivare in aereo spendendo sicuramente meno? Ecco, la frase “permangono in uno stato di clandestinità”, vuol dire dunque che all’arrivo in Italia non sono affatto clandestini, entrano con un regolare permesso, ragione per cui nessuno può impedirne l’ingresso. E ragione per la quale nessuno fermerà l’immigrazione. Chiediamoci dunque chi sono quelli che arrivano in quei modi disperati, chiediamoci da dove vengono e in molti casi con quanto anticipo hanno “programmato” il viaggio. Chiediamolo, per esempio, a chi fugge dalla Somalia, dal Darfur o da un campo profughi del Kenia.

I tempi non sono certo dalla nostra parte, né quelli storici, né tantomeno quelli in cui si è costretti a comprimere immagini, ragioni, analisi mai adeguatamente risolte. La puntata in questione ha poi subìto una tempistica non fortunata, dovuta al fatto di essere stata registrata alcuni giorni prima dell’incendio del centro di accoglienza di Lampedusa, per essere trasmessa il 23 settembre, dopo il tragico episodio che ha riportato alle cronache la piccola isola del Mediterraneo. Di conseguenza non si stupisca chi noterà che in trasmissione non si è affrontato l’argomento e le sue conseguenze, purtroppo è anche questo uno dei limiti di quei tempi della tv di cui parlavo.

Noi, però, parliamone.

The Malta Experience e il MIPP

25 agosto 2011

Non mi hanno rapito gli alieni, «ho solo avuto un po’ da fare». Non entro nei dettagli, ci tornerò un pezzo per volta, riprendendo le pagine di questo blog.

Malta

Comincio oggi, con il seminario svolto il 18 giugno scorso al MIPP, il Malta Institute of Professional Photography, con sede a Birkirkara, centro nevralgico dell’isola nel cuore del Mediterraneo. Un seminario che trae spunto dal viaggio dei migranti a cui avrei partecipato volentieri non poteva che tenersi lì, in quella che da sempre è la porta tra Europa e mondo arabo, tra islam e cristianesimo, tra oriente e occidente: l’isola di Malta. Scriverne era inevitabile, sebbene sia passato del tempo, anche perché tutto ha avuto inizio proprio dalle pagine di questo blog, dove il presidente del MIPP, Kevin Casha, mi aveva scritto commentando una foto. Così, in occasione del 15esimo anniversario, il MIPP organizza un seminario sul fotoreportage in aree di crisi, e volentieri accetto l’invito. Oltre che allo scopo di condividere la mia esperienza con una platea molto interessata, anche per cogliere l’opportunità di uno scambio di conoscenze, certo che avrei potuto conoscere persone appassionate e preparate.

Il Seminario

L’occasione è stata ghiotta anche per vedere i centri profughi presenti sull’isola, come quello di Hal Far, in un luogo ameno adiacente l’aeroporto (come sempre sono i aiti individuati per questo tipo di destinazione). L’altro invece non posso linkarlo, perché nell’ultima foto aerea di Google Maps non era ancora stato costruito. Sorge in un’area militare, le famiglie alloggiano in hangar senza finestre, ma ai single va anche peggio, sistemati in 16 o più dentro un container, con letti a castello su tre livelli: il più sfortunato, al terzo piano, non ha spazio sufficiente per sollevare la testa. Insomma un’occasione anche per capire da vicino come Malta stava vivendo la supposta emergenza migratoria di quelle settimane. A parte la situazione emergenziale dei campi allestiti in tutta fretta, credo che da questa piccola isola, con i suoi problemi e tutte le tensioni dovute al sovraffollamento congenito, e nonostante la gestione dei flussi giudicata insufficiente da alcuni operatori umanitari, abbia da insegnare all’Italia in termini di gestione e accoglienza dei migranti. Bisogna considerare che Malta è diventata il luogo dove ogni paese europeo può scaricare, per via della Convenzione di Dublino, i profughi di cui decide di liberarsi. E nonostante tutto, non si sentivano le urla di dolore e le patetiche lagne dei nostri governanti, quando arrivavano i barconi sulle loro coste.

Il seminario - dettaglio

Il MIPP invece è uno di quei posti che «ce ne dovrebbero stare di più». Un luogo dove incontrarsi per parlare e, soprattutto, fare fotografia, scambiandosi competenze e conoscenze. Ero andato per raccontare delle cose, ma sia dal punto di vista umano che professionale, alla fine andarci è stato utile a me. Il presidente, sulle cui capacità professionali non mi soffermo per l’ovvietà di ciò che potrei dire su chi presiede l’Istituto, è quello che poi ho scoperto essere il maltese-tipo: un concentrato di humor inglese e sarcasmo mediterraneo (mi veniva da dire “siciliano”. Ecco, l’ho detto). Gli altri amici (credo ormai di poterli chiamare così) non sono dissimili, un clima e un modo di parlare dei problemi profondamente disincantato e sarcastico, tipicamente mediterraneo. Sembrerebbe di essere con degli inglesi simpatici, se non fossero maltesi. Malta e il MIPP sono anche luogo di contaminazioni culturali, non mancavano infatti le presenze di “immigrati” continentali, da Polonia, Russia (bellissime immigrate…) e altri paesi, che trovano spazio nella piccola accogliente isola mediterranea, nonché nell’Istituto dei fotografi professionisti. Non mancavano neanche gli italiani, come quelli conosciuti alla prima del documentario sull’immigrazione presentato a La Valletta.

Vorrei ringraziare delle persone, e forse non è una cosa da blog, ma non posso non dire grazie a Kevin chi mi ha invitato, a Johann che mi ha ospitato, a chi mi ha aiutato a infilarmi nel campo profughi di Hal Far e a quanti mi hanno dedicato il loro tempo per farmi scoprire le bellezze dell’isola.

Grazie anche a Charles Mifsud, appassionato giornalista e fotografo. Voleva intervistarmi per il Sunday Times of Malta. Quella che doveva essere un’intervista è però diventata un’appassionata e lunga conversazione tra due giornalisti curiosi. Charles è uno di quei colleghi che entra nella storia in punta di piedi, senza voyeurismo, eppura scavando a fondo senza tralasciare dettagli che possono svelare filoni interessanti, chiedendo e ascoltando con la pazienza di uno psicoanalista. E ha un gran gusto per la fotografia, è stato un piacere ricevere le sue email e guardare il reportage sull’Aspromonte. Charles è uno di quei professionisti che ti fanno venire voglia di scoprire e conoscere. A seguire c’è l’intervista (qui in pdf), mentre questo è un video realizzato dagli amici del Mipp che ho pescato su Youtube.

L'intervista

Torino, al Museo della Resistenza

31 marzo 2011

Peccato non aver avuto il tempo di scriverlo prima!

Sono in un bar di Torino, rivedo gli appunti che avevo preparato, perché alle 17.00 ci sarà un incontro al Museo della Resistenza, dove presenterò il mio lavoro e parlerò del tema del viaggio dei migranti, affrontando anche l’emergenza di questi giorni.

Allego il comunicato stampa:

GIOVEDI’ 31 MARZO 2011, ORE 17.00 SALA CONFERENZE

“Miraggio Europa”

Il reporter Lorenzo Di Pietro presenta il suo lavoro giornalistico realizzato nella regione di Agadez, in Niger, nel gennaio 2010. Un viaggio nel fenomeno migratorio africano.

Un appuntamento importante per capire meglio il tema delle migrazioni, accennando anche alle ragioni che spingono a emigrare, compresi i meccanismi sociali e familiari.

L’incontro con Lorenzo Di Pietro sarà anche l’occasione per descrivere lo scenario politico dell’area, ivi compreso il ruolo della Libia, e servirà a spiegare in cosa consiste la migrazione, il viaggio, quali sono i rischi, come vivono i migranti, la tratta.

Cosa è cambiato con i respingimenti tra il 2009 e il 2010? E cosa accade ora con la crisi in Nord Africa?

Il tutto arricchito dai materiali fotografici e video prodotti dallo stesso Di Pietro.

Per maggiori informazioni sul lavoro di Lorenzo Di Pietro: http://www.lorenzodipietro.it

INGRESSO LIBERO

Informazioni
Tel. 011 4361433 – info@museodiffusotorino.it – www.museodiffusotorino.it

Ufficio stampa
Carlo Griseri | e-mail: turin-earth@museodiffusotorino.it | tel. 011 4363470 – mob. 348 0364514

Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione,

della Guerra, dei Diritti e della Libertà

corso Valdocco 4/a, Torino

Miraggio Europa, Unità d’Italia e i Nuovi Italiani

17 marzo 2011

Oggi 17 marzo 2011 ricorrono i 150 anni dell’Unità d’Italia. Stasera, alle ore 18.00, la mia mostra si inaugurerà in un contesto particolare. Siamo a Ome, un comune ai piedi della Val Trompia e del lago d’Iseo. Una cornice speciale per mettere insieme due eventi apparentemente così diversi. Come dire che “un’altra celebrazione è possibile”. Un altro modo, molto personale, per prendere parte a questa giornata.

Ho avuto l’onore di essere invitato ad affiancare la mia mostra a quella straordinaria che la Fondazione Pietro Malossi inaugura oggi, mostra iconografica sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Il luogo è il Borgo del Maglio, un antichissimo complesso costituito da quattro fabbricati. C’è un mulino ad acqua, uno dei pochi risalenti all’anno 1000 ancora funzionanti. Era il mulino che muoveva un maglio. L’opificio è stato utilizzato fino al 1984 e oggi rimesso in funzione dopo un attento restauro. Siamo anche a ridosso di un parco minerario, c’è infatti una fucina, testimone dell’antichissima tradizione della lavorazione delle lame damascate, un’opera di intarsio per le spade che qui si producevano. Tradizione che ha rischiato di perdersi, ma che ora rivive grazie a un artigiano che l’ha recuperata e che qui la esercita. C’è quindi il Museo Averoldi, che custodisce tutti i reperti e gli attrezzi da lavoro di questo antico luogo operoso, catalogati secondo gli standard ministeriali. Già, perché questo complesso fa parte del Sistema Museale della Val Trompia. Oltre al Museo Averoldi, in una ex cascina sorge il Museo Pietro Malossi, nato dalle preziose donazioni dell’omonimo antiquario bresciano scomparso nel 2000. Dagli arredi alle suppellettili, dai quadri alle incisioni, le armi antiche, le sculture in avorio, intarsi orientali, monili e monete, seimila stampe, xilografie, calcografie, litografie, una collezione straordinaria, solo in minima parte esposta. Una ricchezza che ha avuto formale riconoscimento di “Raccolta Museale”.

In questa cornice, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Fondazione Pietro Malossi in collaborazione con il Sistema-Museale ed Archivistico di Valle Trompia, inaugura oggi una mostra iconografica “sulle origini di quel lungo processo d’identità nazionale e autodeterminazione che trovò compimento con la proclamazione nel 1861 del Regno d’Italia. La mostra ripercorrerà il periodo che va dal 1796, la prima Campagna d’Italia di Napoleone, al 1815, Proclama di Rimini, attraverso l’esposizione di medaglie, monete, stampe, editti e del Codice Napoleonico, beni del Lascito Malossi” (qui l’originale dal sito del Ministero dei Beni Culturali).

“Miraggio Europa”, è stata scelta per essere affiancata alla mostra sull’Unità d’Italia (e qui la pubblicazione sul sito del Comune di Ome). Il viaggio dei migranti, che mettono in gioco la loro vita per arrivare in Italia, è il tema dei “nuovi italiani”, la nuova grande sfida che rinnova l’unità del Paese.

Sono felice di essere dentro questa celebrazione con un mio contributo, uno spunto di riflessione per rinnovare l’Unità del Paese.

La mostra rimarrà esposta fino a domenica 3 aprile.