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Intervista Alle Falde del Kilimangiaro

11 aprile 2011

La parola che ricorre di più in questo blog è “finalmente”, è quella che uso ogni qualvolta mi accade di pubblicare qualcosa con estremo ritardo. Il che accade abbastanza spesso.
Così, “finalmente”, sono riucito a recuperare e a mettere online l’intervista fatta il 27 febbraio scorso su Rai Tre, alle Falde del Kilimangiaro.
Agli amici che avevano perso la puntata e me ne avevano chiesta la copia, avevo promesso che l’avrei messa su Youtube, ma avere il filmato è stato un romanzo a puntate. Il video pubblicato infatti è stato recuperato dalle teche Rai, come si può intuire dalla squallida scritta anni ’70 in sovrimpressione. A caval donato, però, non si guarda in bocca.
Chi aveva chiesto il video l’avrà ormai dimenticato (giustamente), ma se qualcuno lo ricordasse ancora, allora eccolo. Tuttosommato ascoltarlo non farebbe neanche male.
Da questo video ci si può indirizzare alla prima parte del servizio, quello con l’intervista a Win (non è il suo vero nome), un amico nigeriano che ha accettato di raccontare il televisione la sua allucinante storia. Non vi anticipo nulla, ma vi invito ad ascoltare le due interviste per farvi un’idea di cosa accade nel Sahara, a chi tenta di raggiungere l’Italia.

Torino, al Museo della Resistenza

31 marzo 2011

Peccato non aver avuto il tempo di scriverlo prima!

Sono in un bar di Torino, rivedo gli appunti che avevo preparato, perché alle 17.00 ci sarà un incontro al Museo della Resistenza, dove presenterò il mio lavoro e parlerò del tema del viaggio dei migranti, affrontando anche l’emergenza di questi giorni.

Allego il comunicato stampa:

GIOVEDI’ 31 MARZO 2011, ORE 17.00 SALA CONFERENZE

“Miraggio Europa”

Il reporter Lorenzo Di Pietro presenta il suo lavoro giornalistico realizzato nella regione di Agadez, in Niger, nel gennaio 2010. Un viaggio nel fenomeno migratorio africano.

Un appuntamento importante per capire meglio il tema delle migrazioni, accennando anche alle ragioni che spingono a emigrare, compresi i meccanismi sociali e familiari.

L’incontro con Lorenzo Di Pietro sarà anche l’occasione per descrivere lo scenario politico dell’area, ivi compreso il ruolo della Libia, e servirà a spiegare in cosa consiste la migrazione, il viaggio, quali sono i rischi, come vivono i migranti, la tratta.

Cosa è cambiato con i respingimenti tra il 2009 e il 2010? E cosa accade ora con la crisi in Nord Africa?

Il tutto arricchito dai materiali fotografici e video prodotti dallo stesso Di Pietro.

Per maggiori informazioni sul lavoro di Lorenzo Di Pietro: http://www.lorenzodipietro.it

INGRESSO LIBERO

Informazioni
Tel. 011 4361433 – info@museodiffusotorino.it – www.museodiffusotorino.it

Ufficio stampa
Carlo Griseri | e-mail: turin-earth@museodiffusotorino.it | tel. 011 4363470 – mob. 348 0364514

Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione,

della Guerra, dei Diritti e della Libertà

corso Valdocco 4/a, Torino

Un altro modo di pensare l’8 marzo

9 marzo 2011

Non ho fatto auguri quest’anno per la “festa della donna”, nessun buongiorno celebrativo, nessun rametto di mimosa. L’8 marzo non può essere una semplice festa.

L’8 marzo non serve a vendere fiori, ad andare al luna park, non serve a riempire i ristoranti. L’8 marzo è un pizzico, un nodo al fazzoletto, una cicatrice profonda. È un’occasione per pensare collettivamente, come società, come comunità, come uomini, al dolore delle donne. La violenza domestica è la seconda causa di mortalità femminile in Italia. Nell’Italia perbene, cattolica, dei valori, degli altri (perché sono “gli altri”, quelli col turbante) che trattano male le loro mogli. Ma i primi ad ammazzarle siamo noi, maschi italiani, che non finiamo nei tg. Noi assassini di tutti i giorni, nel silenzio collettivo dei media e del Vaticano. Poi ci scandalizziamo per il chador.

Quante donne in Italia indossano un burka invisibile, fatto di vergogna per una condizione di umiliazione quotidiana, irraccontabile per paura di ritorsioni, per proteggere la famiglia, i figli, il proprio orgoglio e quella dignità che vestono a testa bassa come una croce. Ecco, sono le donne a portare la croce. In silenzio.

L’8 marzo è la forza delle donne africane, candidate al nobel per la pace. Straordinarie autentiche autrici di storie di grande coraggio.

Ho atteso che finisse l’8 marzo, per parlarne. Perché l’8 marzo, amiche, madri, sorelle, mogli, amanti, donne, l’8 marzo è oggi, 9 marzo. E deve esserlo anche domani.

Ho scelto la foto di Fatima (nome fortemente evocativo di sentimenti religiosi), una bellissima ragazza nigeriana di 18 anni. Non cliccateci, questa foto non si ingrandirà. Nessun voyerismo per l’occasione. Fatima ha affrontato il deserto sognando una vita normale. Voleva arrivare in Italia e trovare un lavoro. Li chiamano “stranded”. Sono coloro che rimangono intrappolati nel deserto senza poter andare avanti, né tornare indietro.

Fatima ha affrontato il deserto, sui camion, con tutti gli altri. In Libia il loro mezzo è stato fermato, tutti i passeggeri arrestati. Lei come gli altri è finita in un carcere libico. I militari libici si sono dati al loro sport preferito, violentare le donne. Evirarli il giorno dell’arruolamento potrebbe essere una buona idea.

Fatima si è opposta con tutte le sue forze, ma gli uomini erano tanti, la tenevano e lei non ha potuto far niente. Fatima era bella, ma soprattutto molto giovane. Sono le donne preferite dai violentatori e dai clienti di quanti le riducono in schiavitù e costrette a prostituirsi. L’età non è solo un fatto di “gusto”, c’è ben altro: si chiama AIDS. Gli uomini vogliono donne vergini per paura dell’AIDS. Così prendono le più giovani, e per il piacere bestiale che li guida, rovinano l’esistenza di migliaia di donne. Le proporzioni del fenomeno sono quelle di una catastrofe silenziosa.

Con la complicità di alcuni Paesi membri dell’UE, diciamo tra quelli a noi più vicini, e del loro modo “originale” di concepire la gestione dell’immigrazione, con i soldi dei contribuenti italiani. Per conseguenza, piaccia o no, abbiamo un po’ tutti le mani insanguinate. A quel ministro degli esteri che afferma non esserci alcun problema di rispetto dei diritti umani, nelle carceri libiche, rispondo come Émile Zola.

Fatima era una ragazza come tante, che aveva tentato di cercare la sopravvivenza lontano da casa. Scoperta incinta, è stata liberata e abbandonata nel deserto al confine con il Niger, affinché tornasse indietro. O morisse, problema suo.

Fatima è stata raccolta da un passeur, un trafficante che per lavoro porta i migranti in Libia con il suo camion, che ne ha avuto pietà e l’ha riportata indietro. Dopo alcuni giorni di viaggio Fatima era arrivata ad Agadez, da dove non sapeva più dove andare. Ormai la sua pancia iniziava a crescere. Tornare a casa sua in famiglia, in Nigeria, non era possibile, troppo grande la vergogna di essere vista in quelle condizioni. Ma non poteva più neanche ritentare il viaggio, avrebbe perso il bambino, e la vita.

Fatima decide di restare ad Agadez, in mezzo al deserto, senza un progetto di esistenza, senza speranza, senza prospettive per lei e per il suo bambino. Semplicemente “imprigionata” nell’immensità del Sahara, senza prospettive di vita.

Quest’anno l’8 marzo ho pensato a lei. A tutte le Fatima che ogni giorno attraversano il deserto. A quelle che attraversano la vita della brutalità quotidiana, a quelle che soffrono in silenzio, nell’indifferenza dei parroci, dei politici, dei carabinieri che, quando una donna va a denunciare il suo aggressore, spesso la invitano a soprassedere: “signo’, ma lei davvero vuole denunciare suo marito? Ma lasci stare, non sta bene, che poi magari le tolgono i figli”. È una delle storie sentite più spesso da testimonianze dirette. E non una parola dalle istituzioni, non una, dai professionisti della Salvezza. Una salvezza che per molte donne non arriva mai.

Storie che vengono dal deserto della “nostra Italia”. A tutte le donne, al loro coraggio dedico il mio 8 marzo. Non un saluto mattutino, ma un bacio della buona notte, durante un momento per riflettere e dire che  non può esserci un 9 né un 7 marzo, ma solo un costante impegno a costruire una società fatta di libertà e di rispetto dell’altro.

E alle donne, grazie di esistere.

L’incontro con i migranti africani nel Sahara

10 giugno 2010

Agadez: la vita nei ghetti e la partenza dei miganti verso la speranza – Trailer