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Libera radio in libero Stato

19 febbraio 2011

Il pacco contenente i transistor

Il pacco contenente i transistor

È bello sentire di poter fare qualcosa, per quanto piccolo sia, per la giovane democrazia di una terra antica come quella africana. E la sensazione, oggi, è un po’ questa. Era questa anche quel giorno che a Niamey, capitale del Niger, andai a conoscere Moussa Kaka, un giornalista dissidente africano, assurto all’onore delle cronache per essere stato più volte arrestato e detenuto durante il regime di Mamadou Tandja, per aver dato notizie dalla sua radio. Uno strumento fondamentale, in Africa, la radio, soprattutto in Niger, uno dei paesi più poveri del mondo, dove pochi possono permettersi di acquistare un televisore, ma tutti, proprio tutti, ascoltano la radio. La tengono accesa ovunque, nei pullman, dal barbiere, nei taxi, sulle panchine dove sonnecchiano gli africani, impegnati a far nulla sotto il dolce sole di quel gennaio 2010.

È la radio la vera rete arteriosa, dentro la quale pulsa la vita dell’Africa.

Moussa lo conoscono proprio tutti da quelle parti, perché chi non ascoltava la sua radio libera, si sintonizzava su Radio France International, dove il corrispondente era comunque lui. Non potevi sbagliare. Per cui era proprio grave il reato di Moussa, informare tutto il paese sull’evolversi del conflitto nel nord della regione tra i guerriglieri touareg e l’esercito regolare. Era accusato, con le sue notizie, di abbassare il morale delle truppe.

Manifesto per chiedere la liberazione di Moussa Kaka

Manifesto per la liberazione di Moussa Kaka

Così più volte Moussa si è visto sequestrare o danneggiare il materiale. Più volte arrestato, tanto che l’ultimo episodio fece il giro della rete, facendo sorgere anche in Europa movimenti che chiedevano la sua liberazione.

Quando lo incontrai mi disse di avere diversi apparecchi fuori uso, alcuni danneggiati dalla gendarmeria nigerina e altri ai quali si erano bruciati dei transistor di potenza, introvabili. Per chi non mastica l’elettronica, sono proprio i componenti che si trovano alla fine dell’impianto di trasmissione e che consentono di aumentare la potenza del segnale, quanto serve a raggiungere i territori desertici più lontani.

Mi disse che aveva provato ovunque, ma che non era riuscito a trovarli, aveva provato in tutta l’Africa, in Francia, in Belgio, niente. Gli promisi che li avrei trovati. Moussa era scettico, tanto che dopo essermi offerto, osservando il suo volto perplesso, pensai di aver fatto una fesseria, evidentemente quei componenti dovevano essere davvero introvabili, “mi sto impelagando in un fallimento annunciato”, pensai. Ma il dado ormai era tratto e non ritrattai. Segnai i codici dei componenti mancanti, li fotografai e poco dopo ci salutammo.

Tornato in Italia iniziai a cercare in tutti i negozi specializzati in componentistica elettronica e radiocomunicazioni. Niente, ognuno mi mandava da qualcun altro. Anche su internet non ebbi maggior fortuna. Non a Trieste, presso un noto distributore, non in America, dove contattai la casa produttrice, che però vendeva solo in stock da 10 pezzi (al costo di migliaia di euro!).

Una ricerca durata un anno. Proseguita per inerzia, nella speranza, alla fine, di trovare un vecchio trasmettitore radio guasto, qualsiasi cosa da cui si potesse ricavare ciascuno di quei pezzi, perché ormai mi ero impegnato e non potevo non riuscire.

Moussa fuori dalla sua stazione radio

Moussa fuori dalla sua stazione radio

Sicuramente Moussa se n’era dimenticato, o con la sicurezza flemmatica, tipica di quelle genti, avrà pensato a un altro occidentale che si illudeva di essere utile.

Eppure alla fine… quasi non so come, ma li ho trovati! Dopo un anno di ricerche vane, qualcuno dall’America ha messo in vendita proprio quei componenti lì, singoli, come in una visione, esattamente quelli.

Comprati al volo! E oggi, dopo tanta attesa, il pacco è arrivato a casa. L’ho aperto giusto per assicurarmi che non fosse un “paccotto“. Erano proprio quelli. Ho avvertito Moussa, che ormai non ci sperava più.

Nel frattempo la dittatura di Tandja è terminata, dopo il colpo di stato che esattamente un anno fa lo ha deposto. Ma quella radio serve sempre, serve a informare i cittadini di una giovane democrazia che compie i suoi primi passi e che, dopo un anno di governo militare di transizione, sta procedendo verso una nuova vita, democratica. Proprio in queste settimane, infatti, si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali e presto ci sarà il secondo turno. Chissà che i componenti che mi appresto a spedire arrivino in tempo, e che la radio di Moussa Kaka non possa essere determinante per il risultato finale.

Primo premio al Canon Club Italia

25 dicembre 2010

First prize @ Canon Club Italy

Finalmente ho il tempo di scriverlo e condividere questa piccola soddisfazione. Non pensavo all’idea di partecipare con l’aspettativa o la speranza di vincere qualcosa, ma per la semplice voglia di provare, la curiosità di partecipare a un concorso fotografico, confrontarmi con dei bravi fotografi, avere dei pareri competenti, sinceri e spietati, come avviene quando c’è una giuria. Per vedere l’effetto che fa, come cantava Jannacci.

Il primo concorso nazionale, indetto dal Canon Club Italia, si è tenuto il 30 ottobre a Roseto degli Abruzzi, luogo che non avevo mai visto, pur essendovi legato per alcune mie lontane origini. Ero più emozionato per l’idea tornare da dove provengo, che per quella di poter davvero vincere un premio.

Evidentemente il ritorno alle origini ha portato bene, perché poi è accaduto che la mia foto è piaciuta molto, tanto che una giuria, composta da sei fotografi professionisti, ha deciso di assegnarmi il primo premio. Questa è la foto vincitrice:

È un negoziante touareg, ritratto fuori dalla sua bottega ad Agadez. Quel luogo è una delle cose più suggestive che mi era capitato di vedere. Vi si poteva acquistare di tutto, dalle coloratissime collane al dente di dinosauro, dalla rosa del deserto (lame di roccia sedimentaria intersecate concentricamente, a formare i petali di una rosa) alle bardature per cammelli.

In questa foto c’è tutto un mondo, quello del deserto e delle sue storie, la vita di quell’uomo, il fatalismo e la storia di tutta una generazione di vittime di vent’anni di una guerriglia che ha isolato turisticamente e commercialmente quella regione di straordinaria bellezza. Nei luoghi dove Bertolucci girò alcune scene del suo memorabile “Il tè nel Deserto”, oggi vivono solo coloro che resistono. Un luogo dove gli unici forestieri sono i migranti diretti verso l’Italia, o quelli che fanno ritorno dalla Libia, i respinti, coloro che non ce l’hanno fatta a fare il salto. E dove gli unici occidentali sono i tecnici delle miniere di uranio poco distanti.

Sono molto legato a questa foto, per il rapporto che avevo instaurato con il personaggio. Appena arrivato mi aveva fatto sedere, stava bevendo il tè con gli amici. Me l’ha offerto, si beveva tutti da un unico bicchiere, ma non potevo rifiutare. Tre bicchieri di tè, come vuole la tradizione touareg. Un tè alla menta straordinario.

E durante la premiazione mi era tornato alla bocca quel gusto di menta. Ed ero felice.

L’incontro con i migranti africani nel Sahara

10 giugno 2010

Agadez: la vita nei ghetti e la partenza dei miganti verso la speranza – Trailer

Veni, vidi, vici

21 aprile 2010

E’ trascorso del tempo dal mio ultimo post (che poi era anche il primo, o giù di lì). Il fatto è che trovo tempo da dedicare a questa grande piccola tela di Penelope, che è il mio sito web, solo quando sono costretto a letto per qualche malanno.

 

Insomma, chi è passato in questi mesi sul blog, avrà pensato che quel viaggio, in Niger, non ci sia più stato. Niente affatto, per fortuna.

Ho incontrato diversi problemi che hanno tardato la partenza di qualche settimana, principalmente dovuti a ritardi nella consegna dei visti.

Sono partito un mercoledì, il 6 di gennaio, con destinazione Niamey, la capitale del Niger. Lì, 24 ore più tardi, è iniziato un interminabile viaggio, 15 ore di pullman, parte delle quali affrontate su piste di sabbia e sassi; è stato impossibile non respirare polvere per ore, nonostante qualunque cosa che si potesse tentare di frapporre tra il proprio naso e il resto del Mondo.

Ad Agadez, la mia destinazione, ho scoperto un altro mondo. Impossibile racchiudere in meno di un libro ciò che ho trovato in quell’angolo di deserto. Resta un ricordo indelebile, di sguardi profondi e asciutti dei bambini, curiosi, attenti e dai gesti delicati.

Resterà la meraviglia dei luoghi dov’è cominciata la storia dell’uomo, dei fossili di dinosauri, del deserto e delle foreste preistoriche ridotte a distese di legno fossile, carbone a cielo aperto.

Resteranno le conversazioni con i guerriglieri touareg, le loro vicende, tra la fortuna dei capi e la sfortuna dei tanti uomini coinvolti con promesse mai onorate.

Resterà negli occhi più di tutto il dramma dei migranti, partiti da lontano a cercare la vita verso nord, com’è da sempre nella storia del Mondo. E’ duro doversi dire che pochi la troveranno. Le loro storie avventurose e drammatiche, le hanno segnate come l’inchiostro non sulla carta, ma sulla pelle, tatuaggi di sfruttamento e miseria.

Ciò è quanto cerco di raccontare, oggi, tra la fatica del quotidiano e, forse, questo blog, mi darà una mano.