Un altro modo di pensare l’8 marzo

9 marzo 2011

Non ho fatto auguri quest’anno per la “festa della donna”, nessun buongiorno celebrativo, nessun rametto di mimosa. L’8 marzo non può essere una semplice festa.

L’8 marzo non serve a vendere fiori, ad andare al luna park, non serve a riempire i ristoranti. L’8 marzo è un pizzico, un nodo al fazzoletto, una cicatrice profonda. È un’occasione per pensare collettivamente, come società, come comunità, come uomini, al dolore delle donne. La violenza domestica è la seconda causa di mortalità femminile in Italia. Nell’Italia perbene, cattolica, dei valori, degli altri (perché sono “gli altri”, quelli col turbante) che trattano male le loro mogli. Ma i primi ad ammazzarle siamo noi, maschi italiani, che non finiamo nei tg. Noi assassini di tutti i giorni, nel silenzio collettivo dei media e del Vaticano. Poi ci scandalizziamo per il chador.

Quante donne in Italia indossano un burka invisibile, fatto di vergogna per una condizione di umiliazione quotidiana, irraccontabile per paura di ritorsioni, per proteggere la famiglia, i figli, il proprio orgoglio e quella dignità che vestono a testa bassa come una croce. Ecco, sono le donne a portare la croce. In silenzio.

L’8 marzo è la forza delle donne africane, candidate al nobel per la pace. Straordinarie autentiche autrici di storie di grande coraggio.

Ho atteso che finisse l’8 marzo, per parlarne. Perché l’8 marzo, amiche, madri, sorelle, mogli, amanti, donne, l’8 marzo è oggi, 9 marzo. E deve esserlo anche domani.

Ho scelto la foto di Fatima (nome fortemente evocativo di sentimenti religiosi), una bellissima ragazza nigeriana di 18 anni. Non cliccateci, questa foto non si ingrandirà. Nessun voyerismo per l’occasione. Fatima ha affrontato il deserto sognando una vita normale. Voleva arrivare in Italia e trovare un lavoro. Li chiamano “stranded”. Sono coloro che rimangono intrappolati nel deserto senza poter andare avanti, né tornare indietro.

Fatima ha affrontato il deserto, sui camion, con tutti gli altri. In Libia il loro mezzo è stato fermato, tutti i passeggeri arrestati. Lei come gli altri è finita in un carcere libico. I militari libici si sono dati al loro sport preferito, violentare le donne. Evirarli il giorno dell’arruolamento potrebbe essere una buona idea.

Fatima si è opposta con tutte le sue forze, ma gli uomini erano tanti, la tenevano e lei non ha potuto far niente. Fatima era bella, ma soprattutto molto giovane. Sono le donne preferite dai violentatori e dai clienti di quanti le riducono in schiavitù e costrette a prostituirsi. L’età non è solo un fatto di “gusto”, c’è ben altro: si chiama AIDS. Gli uomini vogliono donne vergini per paura dell’AIDS. Così prendono le più giovani, e per il piacere bestiale che li guida, rovinano l’esistenza di migliaia di donne. Le proporzioni del fenomeno sono quelle di una catastrofe silenziosa.

Con la complicità di alcuni Paesi membri dell’UE, diciamo tra quelli a noi più vicini, e del loro modo “originale” di concepire la gestione dell’immigrazione, con i soldi dei contribuenti italiani. Per conseguenza, piaccia o no, abbiamo un po’ tutti le mani insanguinate. A quel ministro degli esteri che afferma non esserci alcun problema di rispetto dei diritti umani, nelle carceri libiche, rispondo come Émile Zola.

Fatima era una ragazza come tante, che aveva tentato di cercare la sopravvivenza lontano da casa. Scoperta incinta, è stata liberata e abbandonata nel deserto al confine con il Niger, affinché tornasse indietro. O morisse, problema suo.

Fatima è stata raccolta da un passeur, un trafficante che per lavoro porta i migranti in Libia con il suo camion, che ne ha avuto pietà e l’ha riportata indietro. Dopo alcuni giorni di viaggio Fatima era arrivata ad Agadez, da dove non sapeva più dove andare. Ormai la sua pancia iniziava a crescere. Tornare a casa sua in famiglia, in Nigeria, non era possibile, troppo grande la vergogna di essere vista in quelle condizioni. Ma non poteva più neanche ritentare il viaggio, avrebbe perso il bambino, e la vita.

Fatima decide di restare ad Agadez, in mezzo al deserto, senza un progetto di esistenza, senza speranza, senza prospettive per lei e per il suo bambino. Semplicemente “imprigionata” nell’immensità del Sahara, senza prospettive di vita.

Quest’anno l’8 marzo ho pensato a lei. A tutte le Fatima che ogni giorno attraversano il deserto. A quelle che attraversano la vita della brutalità quotidiana, a quelle che soffrono in silenzio, nell’indifferenza dei parroci, dei politici, dei carabinieri che, quando una donna va a denunciare il suo aggressore, spesso la invitano a soprassedere: “signo’, ma lei davvero vuole denunciare suo marito? Ma lasci stare, non sta bene, che poi magari le tolgono i figli”. È una delle storie sentite più spesso da testimonianze dirette. E non una parola dalle istituzioni, non una, dai professionisti della Salvezza. Una salvezza che per molte donne non arriva mai.

Storie che vengono dal deserto della “nostra Italia”. A tutte le donne, al loro coraggio dedico il mio 8 marzo. Non un saluto mattutino, ma un bacio della buona notte, durante un momento per riflettere e dire che  non può esserci un 9 né un 7 marzo, ma solo un costante impegno a costruire una società fatta di libertà e di rispetto dell’altro.

E alle donne, grazie di esistere.

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